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Critica

 

CRITICA

SOMMARIO

 
Luigi Russolo
Presentazione critica, Novembre 1944

Alfonso Gatto Presentazione critica, Novembre 1944

Leonardo Borgese "L'Europeo", 14 Novembre1948

Nino Miglierina "La Prealpina", 7 Ottobre 1971

Massimo Carrà "Notizie d'Arte", Novembre 1972

G. Franco Maffina Presentazione critica, 1972

Alberico Sala "Il Giorno" 17 Luglio 1974

Piero Chiara "Corriere della Sera" 26 Febbraio 1979

Mario Agliati Presentazione critica 12 Maggio, 1979

Mario Turuani  "Monografia su Salvini", 1979

Brenno Romiti (inedito) Milano, 21 Novembre 1979

Raffaele De Grada, Dall'istinto al pensiero l'arte di Innocente Salvini, contenuto in Innocente Salvini, Palazzo della Permanente, Milano 1992

Giovanni Testori Innocente Salvini. Opere 1907-1917, Presentazione critica 1985

Raffaele De Grada, L’arte di Salvini dopo il 1920, Il Bollettino informazioni d'arte, Lugano, estate 1987

Mons. Pasquale Macchi Prefazione al catalogo "Omaggio a Innocente Salvini - Sulla strada del mulino, tra la sua gente" Circolo degli Artisti di Varese, Giugno 1998


Luigi Russolo Presentazione critica, Novembre 1944

Egli ha visto che l'ombra è sempre una luce diversamente colorata e che quest'ombra è sempre del colore complementare del colore della parte illuminata: verde se rossa, azzurra se arancio, violetta se gialla. Questa constatazione è certo alla base di tutta la sua pittura, ed è stata portata da lui ad una intensità di risultati potenti ed originali. Si direbbe che queste luci diversamente colorate che determinano l'ombra le veda come un arabesco formale a sé, distinto dall'altro arabesco formale rappresentato dalle parti in luce. Certo egli dipinge l'arabesco formale delle parti illuminate e questi due arabeschi si circondano, si intrecciano; si rincorrono nettamente determinati nel quadro, senza mai confondersi fra di loro, non solo, ma senza che nessuna mezza tinta, nessun tono di passaggio li sfumi uno nell'altro e attenui il contrasto.
La forma plastica dei corpi dipinti ben lungi dall'essere attenuata dall'effetto luminoso, come era per gli impressionisti, risulta invece in Salvini più potentemente determinata, più solidamente costruita, più intensamente significativa ed efficace. La modellazione delle parti illuminate è sempre in tutte le pitture generalmente più forte di quelle della parte in ombra che sono più indeterminate, con meno particolari, con più fusione. Nel Salvini queste parti hanno invece un'egual forza di modellazione, la stessa evidenza plastica di quella illuminata. Ne risulta così una modellazione plastica complessiva più potente, più piena ed intensamente efficace. Eguale cura che pone a rendere i due arabeschi formali delle parti in luce e di quelle in ombra in cui egli dà, per così dire, un doppio controllo per la costruzione totale delle sue figure che risultano così di un disegno largo, potente e perfettamente costruito.
Questo procedimento di dipingere sempre per luci diversamente colorate, e di non vedere il quadro né di dipingerlo con traduzione chiaroscuristica tonale rendeva difficile, soprattutto dove queste luci sono più nettamente complementari, l'armonizzazione dei colori. Il colore complementare rappresenta nella sua stessa essenza il massimo del contrasto, la negazione dell'armonia. Così in alcuni dei primi quadri di Innocente Salvini risulta fatalmente, talora, una predominanza di contrasti sull'armonia, e cioè dove la sua assoluta purezza di onestà artistica i sovrani diritti del disegno sono come fondamento della pittura, e pur continuando a lavorare con indefessa tenacità alla soluzione dei formidabili problemi coloristici, portava egual forza di lavoro ai problemi della forma e del disegno.
Mirabile è la forza espressiva del suo segno, la caratterizzazione dei tipi. Non c'era vecchio mendicante, vagabondo che vedesse e che non facesse posare. La raccolta di tipi che così è riuscito ad avere nei suoi disegni è straordinariamente ricca e variata.

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Alfonso Gatto Presentazione critica, Novembre 1944

Salvini è cioè, a suo modo, polemista, un animoso macchinatore di realtà e di scenari sospetti; il mistero, effettualmente cercato, è la premessa di questo artista che si nega ogni emozione viva e concreta per una casuale geometria di riflessi. Nel suo caso quindi noi non potremo parlare di qualità del colore, né di forza del segno, sebbene di un suo modo spettacolare del quadro, di un suo magico creare dal nulla, attraverso raggi d'invisibili riflettori, attraverso schermi, per una realtà che non ha e non vuole avere alcuna consistenza plastica, ma solo un'apparenza di proiezione.
Sono effettivamente, quelli di Salvini, dei quadri che si "vedono", e di questa fenomenale certezza sarà proprio il pubblico ad esser contento. A questo pubblico la mostra si rivolge, invitandolo alle sue abituali suggestioni del colore riflesso in cui la forma e i corpi sono soltanto un'ombra. Salvini è l'illusionista delle vostre illusioni: la sua magica lanterna in quel rustico stanzone da campagna ove le grosse travi e le nudi pareti danno l'aria di un'antica officina e ove il verde delle vegetazioni e della luce filtra già rabbrividente dai vetri (proietta immagini e immagini di un evangelo a cui nessuno crede più, buono e falso per quel tanto che vi aiuta a vivere). Pastori e madri, greggi e ruscelli, porci e pellegrini: nell'amore di un aneddotismo biblico la vostra buona fede è certa delle sue illusioni. Dovrà quindi essere certa degli orpelli di questo rustico mago.
Questa volta sola non diremo che il mondo vivo è di là, che la pittura è di là, che la poesia è di là dove la nostra maledetta disperazione vuol toccare le cose.

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Leonardo Borgese "L'Europeo", 14 Novembre1948

Prima di Accetti ne aveva scritto Giovanni Cenzato nel "Corriere della Sera" del 7 maggio 1944. E vari altri, dopo: Alfonso Gatto, Luigi Russolo, Achille Campanile, Costantino Baroni, Paolo Buzzi, Alberto Colantuoni, Casimiro Wronowski, Emilio Zanzi, il maestro Renzo Bianchi. Tutti questi e altri ancora insistendo, si, sulla magia e la poesia di Salvini; ma anche sulla sua rusticità e primitività, la sua mancanza di maestri e, specialmente, sulla sua qualità di mugnaio.
Cosa che a Salvini deve, alla fine, aver dato un poco sui nervi. "Non so capacitarmi e non trovo appropriato al caso mio il detto: pittore-mugnaio quando alla mia arte ho tanto sacrificato!". Nato a Gemonio, sull'imbocco della vallata di Cuvio, da ragazzo è vero che aiutava il padre nel lavoro del mulino; fattosi adulto riuscì però a dedicarsi interamente alla pittura; e se oggi continua a vivere vicino alle macine, questo non significa altro che fedeltà e amore. Grato che sia ai suoi scopritori e rivelatori, (intelligenti e fortunati insieme), Salvini dimostra una volta ancora di non essere un primitivo né un primitivista, poiché vuole essere trattato da pittore e non da fenomeno. Ha il buon gusto del vero artista.
Come dargli torto? Abbiamo visto ora alla Galleria dell'Annunciata un certo numero di suoi quadri; e l'idea che ricevemmo dai disegni non muta. Questo "mugnaio" non è un primitivo; non va catalogato fra i doganieri veri o falsi, fra i carabinieri, i gelatai, i ciabattini, gli industriali, i camerieri, i pompieri, le donne di servizio e le bambine che dipingono, e che, a intervalli quasi regolari, colpiscono la povera fantasia di alcuni letterati. Ci assicurano che Salvini sia autodidatta; eppure pochi davanti ai quadri dell'Annunciata potrebbero mai riconoscerlo. Benché non divisionista, Salvini alla prima sembra un pittore di quel periodo; certi suoi quadri fanno pensare un poco agli abbozzi e anzi alle preparazioni di Pellizza; e il suo colore in larghe zone pure (il suo dominante giallo, il suo rosso, il suo azzurro) evoca in generale un gusto della divisione e della luce piuttosto che una sintesi o un ardimento da "fauve". Si direbbe o si dice subito un pittore esperto. Stanchi come siamo di bambini molto cresciuti, di selvaggi borghesi, di primitivi per burla, lodiamo dunque l'esempio di uno che impara da sé a esprimersi bene e che non cerca di interessare coi perpetui noiosi primitivismi e con le novità da liquidazione.

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Nino Miglierina "La Prealpina", 7 Ottobre 1971

Salvini non sarà mai l'artista che dipingerà, interpretandolo, il viaggio degli astronauti; Salvini sarà sempre l'artista che guarda dentro l'animo dell'uomo, che guarda dentro la natura, che guarda dentro il silenzio, quasi, e ne trae anche i più lievi sussurri.
Forse, a qualcuno un pittore così dice poco; è giusto, Salvini dice poco a chi non tien conto dello spirito; agli altri egli può anche dire tutto.

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Massimo Carrà "Notizie d'Arte", Novembre 1972

Innocente Salvini è un vecchio pittore varesino sempre vissuto appartato nel suo angolo di provincia, fra i laghi, con qualche sporadica e quasi inavvertita comparsa nelle gallerie milanesi. Eppure, in questo suo isolamento ha saputo coltivare i germi di una pittura, se vogliamo poco educata sulle vicende coetanee della cultura figurativa, ma non conformista; imprevedibilmente libera anzi nei valori di una espressività sonora più per deliberata scelta di ritmi che non per soggezione acritica al tema pittorico.

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G. Franco Maffina Presentazione critica, 1972

Nel dopoguerra qualcuno si muove, giornali d'importanza nazionale finalmente si interessano di lui, ma anche questa volta, purtroppo, nel senso sbagliato. Il gusto della cronici spicciola, del fatto di costume fa sì che si crei il caso del "pittore mugnaio" senza che nessuno di questi esperti dell'elzeviro si soffermi con più attenzione sulla sua produzione e faccia il minimo sforzo per inquadrare criticamente la sua opera.
Motivi validi sussistevano visivamente eppure tutti preferivano scrivere il pezzo di colore proprio su quel mondo pittoresco che Salvini aveva sempre evitato come un insidia latente per una pittura di gradevole folclore ricco di simpatia casereccia.
Da sempre la storia andò avanti così, ma comunque nella dinamica interna di una critica d'arte storicamente intesa, l'opera di Salvini troverà certamente una precisa collocazione a testimonianza inconfutabile di uno dei periodi più affascinanti dell'arte contemporanea.

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Alberico Sala "Il Giorno" 17 Luglio 1974

È un patriarca; a 85 anni, vive e lavora in un vecchio mulino, in provincia di Varese, in pace con il suo autodidattismo, che non gli ha impedito di sentire i tempi, di sgretolare gli accademismi, di dominare il suo inquieto colorismo, la tentazione della figura monumentata. Alcuni suoi quadri sono nei musei vaticani. La critica, da Borgese a Gatto, s'è accorta di lui. Ma resta ancora da fare una personale critica di Innocente Salvini, questo artista appartato, di austera sensibilità lombarda.

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Piero Chiara "Corriere della Sera" 26 Febbraio 1979

Nel 1966, dopo aver visto chissà quanti quadri suoi in molte case della provincia, in genere case di notai, d'avvocati o di piccoli imprenditori, ebbi desiderio di conoscerlo personalmente. Lo andai a trovare nel famoso mulino. Il cortile era quale l'avevo visto nei suoi quadri, con tutto quel che deve avere un cortile di campagna: case basse intorno, stalla, fienile, pollaio, stabbio del porco. Su di un lato c'era il mulino, cioè uno stanzone ingombro di tramogge, buratti e trasmissioni varie, con la ruota di ferro all'esterno immersa in una roggia, ma ormai ferma da tempo.
Il mulino era in verità il deposito delle tele di grande dimensione che il Salvini aveva dipinto in tanti anni e che teneva gelosamente per sé, sempre in attesa di quelle grandi mostre nazionali e internazionali che un giorno o l'altro avrebbero rotto il silenzio su di lui, o meglio l'equivoco del pittore mugnaio, che macinatore non era mai stato, ma solo pittore, pieno d'entusiasmo per l'arte e accanito nell'inseguirla, nell'identificarla e nell'adattarla al suo estro e alle sue visioni, se non forse nell'adattare estri e visioni sue al modello ideale dell'arte.
Il mulino era fermo, ma il cortile viveva ancora, in virtù di qualche gallina, di alcune anitre e di un po' di piccioni. Il porco di tanti suoi quadri non vi grugniva più, né dalla stalla veniva più il muggito delle bovine o il taglio dell'asino. Un mulino abbandonato, come quello di Daudet, dal quale oltre a spedir lettere il Salvini mandava fuori dei quadri, che come i racconti di Daudet erano pieni del sentimento di una vita semplice, agreste, tra i buoni animali d'una volta.
Narratore popolare in quanto ai contenuti, il Salvini evadeva dal gusto pittorico comune col suo ostinato cromatismo, difeso strenuamente contro ogni tentazione e giocato con la luce non senza una consumata esperienza di abbagliamenti e di aloni o corone luminose, come in un parélio, nelle quali il colore si dissolve e diventa radiazione o incandescenza di grande effetto.
Il Salvini, preavvertito della mia visita, si fece trovare seduto sopra una panchetta, con in testa il suo spropositato cappello, messo un po' di traverso sopra una chioma candida che non riusciva a coprire, tanto era straripante di ogni lato della testa. Col capo basso, in atteggiamento di modestia e anche di timidezza, mi condusse a visitare i vari locali che si affacciano al cortile: un piccolo museo-studio accanto alla camera e alla vecchia cucina. Sulle pareti esterne sotto il portico c'erano i suoi affreschi con scene familiari: i prototipi della sua pittura e insieme l'insegna della sua onesta bottega.
Faceva vedere tutto con umiltà, come chi, avendo confessato il proprio misfatto, e per lui era il misfatto dell'arte, non ha più nulla da nascondere sull'esecuzione e sui luoghi dove si è consumato il reato. Mi guidò qua e là, con dietro un nipote di scorta, poi tornò a sedere sulla panchetta. Non per aderire al cliché inventato dal Cenzato nel 1944, ma come faceva d'abitudine, per non deludere i visitatori, che volevano il mulino, le macine contro i muri, gli animali e tutto quanto figurava nei suoi quadri.
Prima di andarmene gli promisi un pezzo, che infatti gli mandai, dattiloscritto. Mi rispose con una lunga lettera, che penso sia un documento utile per una sua storia, ma del mio pezzo non si servi mai in nessuna occasione. Lo tenne fra le sue carte, dove forse è ancora, ritenendolo un po' riduttivo e non adatto come presentazione d'un suo catalogo.
Da allora non ebbi più contatti con lui. Quando lo incontravo in qualche cerimonia ufficiale gli facevo festa, e lui si scappellava, come era suo costume, inchinandosi e porgendo la mano nel contempo, ma del mio scritto né d'un mio interesse alla sua pittura non parlò più.
Una volta, a Milano, in piazza Cairoli, lo vidi che scavalcava a grandi sgambate i binari del tram per traversare la strada. Aveva già passato gli ottant'anni, ma andava ancora in giro, con dietro l'erede, un giovane molto a modo che lo accompagnava più per gentilezza che per necessita.

Spudorati imitatori


Negli ultimi lustri della sua lunga vita ebbe tutto, sempre nell'ambito provinciale: l'appoggio entusiastico della stampa locale, la monografia, le mostre a ripetizione e la vendita facile. Ebbe anche i suoi falsificatori e qualche spudorato imitatore. Non fu dimenticato neppure dai ladri, che compirono nel mulino furti di quadri di valore "inestimabile", col lieto fine del recupero. Sembrava soddisfatto degli onori che la provincia gli rendeva, ma non lo era.
Aveva sperato in un commovimento nazionale, se non addirittura internazionale, e per arrivarvi non aveva mancato di regalare quadri al Vaticano, alle chiese dei dintorni e a qualche museo, ma senza smuovere nulla. Dipinse fino alla tarda età, un po' ripetendosi, davanti al mercato galoppante degli anni tra il Sessanta e il Settanta, ma sempre restando fedele ai suoi tre colori e al suo mondo paesano e campestre.
Ci sarà un giudizio d'appello per i pittori come Innocente Salvini? Il Nuzentin è morto in questa convinzione.

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Mario Agliati Presentazione critica 12 Maggio, 1979

E poi via via gli altri quadri, degli anni Sessanta e Settanta: uomini, donne, gente anziana per lo più seduta nel riverbero del camino, o attorno a una tavola nella compagnia desolata d'una deserta seggiola, a volte col capo reclinato fra le braccia acciambellate, o ritta come in attesa, appoggiata al parapetto d'un balcone: e non un sorriso per entro, quasi un'immobile e pure eloquente fissità. E quelle mani, poi: ora intrecciate in grembo, ora abbandonate sulle ginocchia, ora volte a reggere il capo. I colori sono quelli di sempre: quei verdi, quei rossi, quei gialli a momenti. Ma spira come un'aura che va più in là di quella del pittore dell'età piena. E la pennellata si fa rapida, volutamente sommaria: e sfuma a tratti la figura come in un fantasma. Tristezza? Malinconia? Distacco? Rassegnazione contenta? Attesa serena? Sera solinga ch'è "augurio di più sereno dì"? Insomma, vigilia della festa vera? Colloqui della vigilia, con la morte che ha un viso di dolcezza? Proprio così, saremmo tentati di concludere, pensando alla fede che sempre ha sorretto il pittore, sino al suo vespero sereno.

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Mario Turuani  "Monografia su Salvini", 1979

Non si collochi Salvini nel bisogno di ricuperi in questo o in quel movimento come da qualche parte si auspica. Sarebbero settant'anni di attività artistica inutili e forse creerebbe qualche disagio ai già consacrati.
La ragione che Salvini non deve stazionare in nessun movimento è semplicissima, perché egli ha operato consapevolmente ed in modo da non appartenervi, ha operato consapevolmente ed in modo per crearsi un trono dal quale dominare in veste di solitario.
Si voglia o no consacrarlo in questo ordine non ha importanza; tutto dipende dal costume e dall'onestà critica.
Per intanto si sa che se certe bussole sono controllate da certi piloti, non deve meravigliate se la navigazione della giustizia si arena su un banco di sabbia.
Già questa giustizia in arte tardigrada, ora zoppicante, volentieri s'addorme per via, ma scaduti che siano questi termini, dovrà pur emettere un responso: presto o tardi. Quello che è certo e ci consola, è una irreversibile verità: le sue opere da ammirare, tangibile prova atta a demolire e a distruggere tutte le storture artificiosamente costruite attorno.

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Brenno Romiti (inedito) Milano, 21 Novembre 1979

Quando si pensa alla pittura italiana, e, in particolare, a quella lombarda del nostro secolo, al lettore attento, preparato e sensibile appare quasi d'obbligo ricordare il maestro Innocente Salvini. Omaggio ben meritato, perché il volto della regione, del Varesotto, delle valli che egli ha trasfigurate nelle sue opere, è ormai divenuto "classico", sia che distesamente dipinga il paesaggio, sia che si limiti a interpretare il proprio ambiente domestico.
Rifacendosi alle tradizioni, al mondo domestico, umano della sua terra egli, scoprendo l'aspetto patriarcale, ha saputo magistralmente interpretarne l'antico valore, lo Spirito di attesa nella visibile luce di una speranza certa. A tal riguardo, si legga qualcuna delle sue tante figure umane (la storia della famiglia Salvini si trova tutta scritta nei dipinti degli antenati, dei familiari), per averne conferma immediata. La figura della madre, o quella del padre, dei fratelli delle sorelle dei nipoti escono dal suo pennello come illuminate dal mito del patriarca di ogni tempo e luogo, ma insieme appaiono stupendamente reali, inserite talora nella configurazione del villaggio natale, per sempre illimpidite dalla mano del casto artista.
Nel nostro tempo pochi protagonisti come lui han saputo rappresentare la dignità dell'uomo, dell'individuo sensibile e ricettivo in mezzo a una società che spesso appare come anchilosata, avariata nello spirito, annichilita da abitudini meschine.
Ogni spazio dell'opera si tramuta in un'atmosfera morale e sensibile, della quale si imbevono il carattere, il comportamento, il sentire, l'agire, la sorte dell'uomo.
Ad opera del colore-luce-calore, col ricorso a una tecnica distesa, desideroso d'intendere sin dal più profondo le ragioni e i modi di vita dell'umana sofferenza, dell'attesa ansiosa, della siesta serena, Salvini ha continuato a dare sino all'ultima sua opera un interpretazione affatto personale del suo mondo, stabilendo inoltre nella tela un rapporto mai fittizio fra le "cose" e gli uomini del nostro tempo, del passato, raggiungendo la fusione di realtà e poesia pittorica nell'armonica convivenza della trasfigurazione fra le immagini e l'indagine problematica di un mondo sempre più vasto. Ne deriva, pertanto, che sui suoi personaggi, quelli psicologicamente sospesi, l'ambiente si proietta con tale rarefatta consumazione colorica da armonizzarli talora in gruppi corali, conforme a un ritmo che suscita un incantata condizione di attesa, anche per un cromatismo che costituisce la musica più scoperta della sua arte, in casta sobrietà rinvigorito il motivo georgico da quello interiore, mentre il silenzio viene trattenuto da tocchi magistrali: miracolo di una tecnica che assurge allora a purissima arte.
Tra una sollecitazione e un'altra, mentre Salvini prepara i ritratti del proprio ambiente domestico inventando una luce del tutto originale, si forma una parentesi di tutte le facoltà, in cui inavvertitamente è ora un vago sorriso, ora, un'allegria accennata o una mestizia che costituiscono i toni di alcune delle più tipiche composizioni, toni dai quali si è svolto uno dei dipinti più significativi: "Gruppo di famiglia". Nel quale pallida è la luce che sembra trattenere il silenzio, e i pensieri paiono sprigionarsi con esitazione estrema. Come per il capolavoro "Il pranzo di famiglia", ove si ha l'impressione di una nostalgia che si rinfranca sulla memoria degli anni trasfigurati, sul senso di una stagione che nell'aria tiepida si illumina di colori leggermente vellutati. Altri affreschi, che lievemente accendono le pareti esterne della casa avita, nascosta da dossi boscosi, confortata dal musicale sussurro di un rio, evocano un'atmosfera forse dimenticata. Escono allora dal suo pennello figure, oggetti, momenti nei quali sembra assorbita la ragione stessa di ogni pennellata, di ogni centimetro di spazio, di ogni grammo di colore, per vibrazioni coloriche di un palpito misterioso, allargate in motivi etici, altri segni della libertà e dell'eleganza della sua arte, che par dipendere dal gioco del vero con l'immagine. Lo spazio sovrastante si curva spesso docile, agile sulla speranza umana per una luce che è anche umana, ove più intensi sono creati i rapporti di poesia pittorica fra cielo e terra per un nuovo ritmo arcano, che le qualità tonali istituiscono o sollecitano: sereno dominio che nella nitidezza della perfezione tecnica l'arte di Salvini sa esercitare sulle varie forme dell'umano.
L'arte risulta quindi quanto mai liberata in una superiore regione stilistica: Salvini si è proposto di trasfigurare tutta la propria ricca esperienza, in ogni suo aspetto, dando di sé, artista, dell'uomo, della natura, della propria gente, un volto compiuto com'è compiuta la vita. L'immagine che dagli affreschi ("vegliati" dalla sola sua scultura), ma ancora dalla grafica, si ricava è quella di una lunga vita umana che si è dispiegata in tutta la sua ricchezza, che ha partecipato di ogni movimento della vita naturale, del duro lavoro dei contemporanei. Dietro la quale c'è stato sempre l'artista senza aggettivi, che ha ricorso a ogni strumento tecnico, a un impasto segreto, per creare un suo vero che ci rivela tanto del suo itinerario e dell'approdo ultimo, che emana da sublimazioni i cui valori continuano ad essere, ininterrotti, quelli di un'eccezionale esperienza umana, artistica : esperienza che si svolge da un iniziale "verismo", pervenendo poi al periodo "rosa" , infine, alla "solarità".
Se tante volte ci ha commossi la sua semplice sincera eloquenza, quando si faceva timido eroe della voce dell'arte oppressa, cerchiamo ora con più impegno il nostro "esile" vegliardo, il quale, mentre continua a contemplare Ie "cose" - mobile lo sguardo trasparente d'azzurro, protetto da folte sopracciglie, da candida canizie - con il limpido occhio di sempre, ci aiuta dall'alto a scoprire le virtù imprevedibili, che non appartengono al solo suo mondo.
Se egli ha sentito la solitudine forse come "riparatrice", mai, peraltro, si è tagliato fuori dal mondo: Salvini ha scoperto e dipinto che tutto risponde a chi con umiltà ispirata domanda, indaga, anche la natura...
Avverso a una società caratterizzata dal caotico e affannoso divenire del consumismo, egli ci è apparso, il capo difeso dal suo immutato "sombrero", come la montagna che ripida sta sul Lago Maggiore, contro il tempo grigio.
Se agli artisti si deve poi chiedere di conservare piena, senza discontinuità di soluzione, la propria dignità e insieme quella dell'arte, sì da tenerne vivo lo spirito, è da dirsi che il Nostro, nato povero con l'arte nel sangue, vissuto in umiltà francescana, ha assolto questo compito in maniera egregia.
Con Innocente Salvini siamo dunque di fronte a un artista che è nell'eterno, perché eterna è la sua arte migliore, alla quale da sempre e con ritmo incalzante si è consegnato affidandosi altresì a ordinate pieghe dell'anima, sul piano di una vita certa e chiara, lontano dalle povere ambizioni umane, da sempre e per sempre assorbito da una fede in Dio, intesa a sublimare il valore della vita con toni e tocchi che si accendono in luci e colori i quali creano una durata incorruttibile.
Con l'arte di Salvini siamo in continuità, in sintonia con le onde del Cielo.

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Raffaele De Grada, Dall'istinto al pensiero l'arte di Innocente Salvini, contenuto in Innocente Salvini, Palazzo della Permanente, Milano 1992

Ho conosciuto l'arte di Innocente Salvini (nato a Cocquio Trevisago nel 1889) nel corso degli anni Cinquanta, quando il pittore era più che maturo. Godeva fama di un artista intimista, provinciale, snobbato tuttavia da quelli che esaltavano nello stesso tempo Morandi, il sovrano delle intime dolcezze. Salvini dipoi ha vissuto parecchi anni, fino al 1979, nella sua casa mulino di Cocquio, quasi senza mutamento ma sempre con un gran piacere di vivere e di dipingere, fino agli ultimi giorni. Ho ricordato altra volta come due giorni prima di morire Salvini abbia detto alla nipote che lo vegliava «Peccato, è bello vivere e dipingere. Ma tocca a me ormai; così è la vita».

Da allora, dagli anni cinquanta, la fama di Salvini è cresciuta, il piccolo Van Gogh locale, narrato più da letterati amici che da critici professionali, è cresciuta tanto da meritare una mostra come questa che intende collocare l'artista nella sua giusta posizione storica. Intanto, perché Van Gogh, come hanno detto e scritto? Si pensava specialmente al colore appassionato di Salvini che vedeva figure gialle e rosse in controluce di azzurri, che esaltava le fiamme di un focolare riempiendo lo spazio naturale con l'ardore della sua intimità familiare.

Ma già si comprendeva che la visione di Salvini non si limitava al piatto naturalismo, si dilatava in un contenuto che dal godimento di una scena abituale trascendeva nel pensiero di ciò che allieta e finisce. Si è detto che nei girasoli di Van Gogh c'è la contraddizione tra la pienezza della vita e il disagio incombente della morte. Salvini caricava i colori per godere tutta la luce prima del buio che egli sentiva certo come incombente.

Il colore di Salvini non viveva in sé e per sé. La sua immagine partiva dal disegno che egli coltiva fin da ragazzo in una di quelle scuole serali delle società operaie che sono state fonti preziose di educazione figurativa nei primi anni del Novecento (un grande disegnatore, Lorenzo Viani, fece i primi passi in una di queste scuole). Bisogna intendere che cosa significasse il disegno nei primi del Novecento, voleva dire conoscere fisicamente la realtà delle cose, come si apprende a leggere e a scrivere dall'identità della parola. La parola non è semplicemente suono ma un significato, come il disegno non è un ghiribizzo astratto ma il segno espressivo di una cosa.

Fin da ragazzo Salvini accompagnava le prove del disegno con gli esercizi musicali al pianoforte; la musica fu per lui e per sempre uno sfogo dell'anima, quasi una liberazione psichica. Forse il primo suggerimento musicale era stata la ruota del mulino paterno col suo perenne sciacquio che gli confortava i pensieri, così il fiume di Eraclito che perennemente scorre come il divenire dell'umanità. Salvini ebbe sempre una particolare sensibilità per i suoni occasionali ma continui della natura come quando annota in una lettera ai genitori, da Grumello dove era militare, il conforto «di un festoso scampanìo... un bellissimo concerto di campane».

Il colore era la musica, la fantasia, il disegno era la forma, l'interrogativo sull'uomo e sulle cose. Un interrogativo che diventa conoscenza ma che si sofferma sulla soglia del giudizio; le figure di Salvini (in genere di familiari) non sono descritte nella loro condizione sociale, alla luce del sole esse aspettano. Sembra che esse contemplino il cielo, assorte in una loro elementare meditazione. Sono ferme, non possono inciampare ritornando a contatto con gli uomini; se volessimo fare un po' di retorica, diremmo che queste figure del cristiano Salvini siano curiose di scoprire oltre il sole, oltre gli spazi, la divinità. Ciò suggerisce una precisazione, a proposito della critica che considerando la vera e propria riforma del tonalismo ottocentesco operata da Salvini, lo inserisce nel grande quadro dell'espressionismo. Le opere degli espressionisti rimandano a un contenuto letterario, storico o semplicemente psicologico. I loro quadri mirano al fondo del costume moderno, sono gravidi della satira morale della nostra società di guerre e rivoluzioni, particolarmente i tedeschi. I colori di Salvini, "espressionisti", si elevano ad un inconscio musicale che si esaurisce in se stesso quasi astraendosi dal soggetto che mantiene tuttavia un carattere individuale quasi autobiografico. L'arte di Salvini non è infatti quella di un intellettuale, egli non ha mai varcato la soglia di un'accademia e non ha mai preso una posizione pro o contro ciò che si chiama tradizione. Si è ricercata tuttavia una fonte culturale del supposto espressionismo di Salvini nell'incontro che egli ebbe con Siro Penagini che giungeva proprio allora dalla Germania dove aveva frequentato le Accademie di Monaco e di Berlino e quegli ambienti artistici. Siro Penagini era un artista europeo e Innocente Salvini un pittore lombardo. Non voglio diminuire con questo la statura di Salvini, voglio dire soltanto che Salvini viveva in un'altra area. Si pensi, per intendere, agli artisti latino americani, come Orozco o Siqueiros e ai gruppi di Parigi. Salvini era distante le mille miglia dai problemi mitteleuropei di cui Penagini era un buon pellegrino e, a differenza di Penagini, che ripeteva l'esperienza di quelli che vanno alla Mecca, non se li era proprio andati a cercare quei problemi. Altro che "problemi" europei! Salvini si sentiva contento e soddisfatto quando gli ordinavano qualche pittura sacra nella zona e, quando si accingeva a dipingere una "crocifissione" non pensava certo a Rouault. Era informato, eccome, e non sentiva affatto la marginalità della propria esperienza. Ma quando, nella ricercata frequenza delle mostre, vedeva i paesaggi degli "altri", pensava giustamente che l'esperienza degli "altri", era un'altra cosa. I cantieri dilaganti, i palazzi invernali, i viali cittadini non rientravano nel suo repertorio, era qualcosa di estraneo al suo paesaggio, l'innocente visione, suadente, disarmata della sua Gemonio d'inverno dei cieli stellati che danno il senso dell'infinito alle case capanne della sua terra.

Se è possibile ravvisare una dialettica, o almeno un confronto, tra l'esperienza di Salvini e quella dell'arte della prima metà del secolo, per esempio col primitivismo del primo Novecento, poi, dopo la seconda guerra, gli itinerari si dipartono, irrevocabilmente. Quanto dovette soffrire Salvini via via che vide cancellarsi l'immagine della pittura! Come poteva Salvini intendere la protesta americana dell'action painting quando per lui la tecnologia era stata la ruota del mulino, il pascolo degli animali e poi, al massimo, l'automobile che lo portava ogni tanto a Milano (ma ci andava quasi sempre col vecchio treno della Nord)?

L'esaltazione cromatica di Salvini si mantiene sempre nella razionalità della forma figurata, non cede mai alla provocazione concettuale. Ma Salvini non è un naif isolato, impermeabile alle idee del tempo. Sappiamo delle sue relazioni con artisti ben rappresentativi della cultura contemporanea. Abbiam detto di Penagini. E Luigi Russolo, con cui ebbe corrispondenza e un rapporto di amicizia? Russolo, uno dei firmatari del primo manifesto futurista, quando capì che il futurismo si industrializzava e svendeva la ricerca estetica al potere consumistico, si ritirò in una ricerca indipendente (come Balla) che è tutta da riscoprire.

Salvini aveva consumato queste esperienze già negli anni verdi, pur nell'autonomia della propria ricerca. Si è già detto come i quadri del primo periodo costituiscano un'esperienza eccezionale, che non ha riscontri nel nostro paese. Descriverne le caratteristiche non è facile perché l'opera di Salvini è in certo modo estranea alle direzioni tradizionali o di avanguardia del primo ventennio del secolo. Dopo il 1925 l'esuberante tavolozza di Salvini e il suo disegno che afferra in modo globale le forme si attenuano verso una luminosità più diffusa e un disegno più scritto.

E' evidente l'influenza del Novecento sulla cui esperienza Salvini meditava, dal suo eremo di Gemonio. Sempre più frequentemente il pittore dipinge il paesaggio in sé, separandolo dalle figure. Anche nel dipingere le figure Salvini pensa sempre più al "ritratto". Ma non sono ritratti in posa, alla maniera ottocentesca, busti, mezzi busti, tre quarti di persona. Sono ritratti, per così dire, "in azione". Salvini vuol raccontare tutto del suo piccolo mondo, mettendoci sempre qualcosa, nel colore, nella piccola inavvertibile deformazione che fa pensare ad una possibile evasione in un mondo diverso, confortato dalla fantasia. Siamo lontani dalla ritrattistica dell'Ottocento e chi pensa che la fede di Salvini nella figuratività sia un residuo ottocentesco, si sbaglia. E pertanto, anche se stilisticamente egli raccoglie qualcosa del novecentismo moderando l'esagerazione cromatica e meglio organizzando il disegno delle figure e delle case, dalle sue opere degli anni trenta e quaranta sprigiona sempre una ribellione al conformismo decorativo nell'accresciuta, sempre meno scapigliata, nobiltà dell'immagine.

Se vogliamo azzardare qualche confronto, dovremmo accostare queste figure di Salvini nella loro lirica anatomia con l'ossessiva profondità di quelle del Boccioni prefuturista. Quando invece le raggruppa, per esempio intorno al focolare, Salvini le iscrive in uno spazio che, a ben guardare, è quello di un solido geometrico, lontano dal formalismo di origine cubista, quasi una nicchia, un rifugio contro i marosi del tempo. Salvini ha l'istinto dell'eterno universale, come in certe composizioni di Casorati. Ma rispetto a quelle composizioni novecentesche c'è in Salvini una differenza di contenuti. Emana dalle sue tele una sincerità affettuosa, una spontanea simpatia verso i suoi personaggi dai quali Salvini non sente il distacco dell'arte, la superiore presenza del creatore. Si avverte un vincolo profondo, che non è soltanto quello dei rapporti familiari. Tra il pittore e il soggetto si stabilisce un rapporto affettuoso ma anche inquieto che è visibile persino nei fogliami che circondano le figure e che poi si perde spesso nei fondi conclusi in un'inconoscibile vaghezza che non voglio definire con l'abusato termine di metafisica, piuttosto di incerta ricerca dell'anima.

Salvini ha vissuto sempre lontano dai miti classicisti del Novecento che non corrispondevano del resto alla sua vita reale, alla sua campagna, alla sua casa, ai rapporti del quotidiano familiare.

D'altra parte (è una tesi su cui insisto) perché non vedere la storia dell'arte secondo due, tre e più filoni di espressione che si verificano in tutti i tempi? L'eccitazione moderna, colorata, di fronte alle cose non ha rapporti con lo stilismo novecentista ed è una componente parallela del periodo tra le due guerre. Invece un artista anticonformista come lui non fu riconosciuto nella componente di opposizione e si inventò per lui, come un premio, la comoda favola del pittore mugnaio, il naif che viveva fuori del mondo.

Presentare, come qui si fa, una mostra antologica retrospettiva di Innocente Salvini è una questione di responsabilità. In questi locali della Permanente di Milano c'è già stata una mostra del Salvini e il primo presidente della Permanente del dopoguerra, quello che ha atteso alla ricostruzione del Palazzo, l'avv. Carlo E. Accetti, è stato uno dei primi estimatori del Salvini e uno dei primi ad essere convinti che Salvini era uno dei migliori rappresentanti dell'arte lombarda.

Si tratta di confermarlo e di fornire tutti gli elementi capaci di far capire perché questo angolo di Lombardia situato sulla riva orientale del Lago Maggiore, vicino a Montegrino dove nacque il Piccio, padre della pittura lombarda, sia stato esplorato in tutti i suoi segreti da questo artista che è tra i non molti eredi di quell'arte lombarda che giunge a Emilio Gola, Arturo Tosi, Ugo Bernasconi e a Innocente Salvini.

Salvini è pittore fino al midollo delle ossa, sugge il colore come un'ape e lo restituisce come il miele. Se crediamo ancora che il colore e la luce, il disegno e la forma siano l'attributo sostanziale e insostituibile della pittura, si potrà allora discutere a qual livello di filosofia, di conoscenza del mondo Innocente Salvini sia giunto. E' certo che egli non potrà essere giudicato nell'ambito della comoda sequenza storico artistica che dal cubismo in poi cerca di spiegare l'arte moderna come storia degli stili. Questa mostra servirà a stabilire che Salvini non fu un naif di genio, che ebbe una formazione culturale colta e sensibile alle scelte moderne, che progressivamente bruciò le tappe della tradizione postimpressionista non ignorando i fatti del mondo e delle arti ma giungendo alla fine della sua lunga vita come quei monaci del Medioevo che facevano «rider le carte» delle miniature isolati nei loro conventi ma poi erano quelli cui si riferivano gli artisti del tempo.

In altri termini, ci sono i pittori che hanno seguito le mode, quelli che le hanno create e quelli ancora, come Salvini, che ne hanno tenuto conto senza deflettere dal loro proposito di conoscere il reale e illustrarlo poeticamente, con grande amore e con grande gioia. Nella mia prima monografia su Salvini ricordavo una frase dell'Amleto shakespiriano che così ben si adatta alla personalità dell'artista «Vi sono più cose in cielo e in terra, Orazio, di quante se ne sognano nella vostra filosofia».

Salvini ha dedicato la vita per scoprirne sia pur piccola parte.

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Giovanni Testori Innocente Salvini. Opere 1907-1917, Presentazione critica (esposizione Museo Salvini)1985

Questa sorprendente raccolta d'opere inedite di Salvini, tutte da iscriversi tra il 1913 e il 1917, mostra ancora una volta la modernità, su d'un piano totalmente europeo, del grande pittore varesino. Le date, e i connessi risultati, son lì a indicarci la forza d'una individualità a quei tempi totalmente rivoluzionaria e che ha preso subito ad agire in senso oppositivo a quelli che erano i canoni in uso nella pittura lombarda del tempo; per collocarsi così in stretto parallelo di libertà inventiva coi primi atti dell'espressionismo. Ancorché, in Salvini debba parlarsi d'un espressionismo non deformante, d'un espressionismo per dir così, dolce, è pur sempre alla liberazione delle fiamme cromatiche, alla liberazione del colore come luogo deputato e come termine primo e finale della pittura, che egli ricorse. Ma, come? - vien subito da chiedersi. Forse la storia della pittura lombarda com'era all'avvio del secondo decennio non è stata ancor penetrata come la sua complessità meriterebbe. Così, avendo fin qui previlegiato l'esito più clamoroso del futurismo, s'è finito col perder il senso di quanto dal divisionismo, di diverso, era sceso; o s'era aperto. Salvini, lo scontroso, silente e umanissimo Salvini si colloca proprio in quell'apertura che il divisionismo, qui, in Lombardia, ebbe a produrre verso una forma che collocasse in primo piano gli ardori e le fiamme del croma. Nella separazione, o nella segmentazione, del tono s'era, per l'appunto, spalancata la vitalità che proprio lui, il croma, possedeva; e la connessa ansia e il connesso bisogno di recuperare per sé ogni altra condizione, ovvero ogni altra ragione espressiva.

Certo la tenera forza di questi dipinti, dai piccoli, memorabili "abbozzi", alle vaste composizioni, nelle quali cominciano a sfilare quelli che saranno i personaggi fatali degli anni immediatamente seguenti, quanto dire le figure della famiglia e del paese, se risulta abbastanza facile da legare a quella seconda apertura venuta dal divisionismo, sembra pressoché inesplicabile nella sua innovativa totalizzazione dell'evento cromatico. Tutto, in queste opere, è preso da una vampa di colori che si mettono in subita opposizione l'uno dell'altro e che, tuttavia, proprio da tale opposizione ricevono la loro sontuosa ed umile bellezza; nonché il loro valore e la loro incondita e, dobbiamo pur dirlo, ancora inulta armonia. Un espressionismo, dunque, armonico, quello di Salvini? È probabile. Ma bisognerà levare dall'aggettivo che designa un così arrischiato e lucente equilibrio ogni valore diminutivo; per trattenere solo quell'indimenticabile capacità di agire, in perpetuo, tra sentimento e fantasmatiche fiamme. L'armonico dell'espressionismo salviniano è, dunque, un risultato che tocca la sua pienezza e la sua pace mettendosi di continuo in uno stato che vorremo definir dialettico, e che tale stato oppositivo e rivoluzionario, pur nei gloriosi e oggi ben visibili capolavori d'umana serenità che produsse, la critica fatichi tanto a riconoscerlo, chiamando Salvini (come grandemente meriterebbe) a rappresentare l'istanza , espressionistica più forte che la Lombardia abbia avuto, e talmente prima di quella rappresentata da Corrente, va tutto a disonore dell'inerzia in cui tale critica ama restar adagiata; quasi avesse paura di rileggere la storia. Affare, questo, che dovrebbe pur rappresentare una delle sue più precise funzioni. O vorremo per sempre ritenere che tutto in lei, la storia, sia già stato decifrato e capito? A negarlo, è questa serie d'inediti; uno per uno stupendi e degni, assai più d'altre opere d'altri artisti, di sopportare il paragone con quanto di più attivo, in quegli stessi anni, s'andava facendo in Europa. Benché amasse vivere chiuso nella sua provincia, è proprio il paragone diretto con l’Europa ciò che il cammino di Salvini reclama. Sarebbe davvero un duro scorno per la cultura italiana se tale paragone, a farlo, fosse la critica d'altri paesi; come, da più segni, siamo indotti a ritenere. «Nemo propheta in patria».. È ben vero. Ma la verità di tale affermazione, dopo tanti anni, non fa che rendere più umilianti l'ombre d'indifferenza che l'azione critica getta intorno a sé. Se un augurio, davanti a questa bellissima e incondita rassegna con cui "Il mulino" di Gemonio riapre la sua attività, possiamo stendere, questo va nella direzione d'un risveglio; cui induce la stessa primavera. Affinché le bende dei previlegi stabiliti e degli snobismi, cadano finalmente dagli occhi che così tanto amano sentirsi malamente fasciati. La porta è ben lì, aperta; e per non so quale volta. La luce che viene da queste ruvide pareti è tale da indurci a qualche reale speranza. Certo l'ingiustizia da risarcire è grande. E grande dovrebbe, quindi essere, la forza e l'entusiasmo con cui il risarcimento dovrà farsi atto di comprensione e d'accoglimento.

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Raffaele De Grada, L’arte di Salvini dopo il 1920, Il Bollettino informazioni d'arte, Lugano, estate 1987
Più volte Giovanni Testori e io stesso abbiamo delineato la eccezionale posizione del pittore varesino Innocente Salvini nel corso della prima metà del nostro secolo, una posizione che nell'ambito della figurazione ha svolto una sua particolare funzione di avanguardia, senza clamori, con intensa riflessione sulla storia e le tendenze, in senso profondamente diverso da quello segnato dai manifesti e dalle dichiarazioni di correnti, gruppi, manifestazioni affermate e gridate.
Fin dal suo apparire l'arte di Salvini si presenta con grande probità e innocenza pur nascendo nel corso della vena naturalistica lombarda Salvini non si concede semplicisticamente alla realtà apparente, con un chiaro senso del volume ideale con cui le cose appaiono sullo schermo della coscienza. Fin dai primi anni si avverte la sua volontà di procedere oltre le sbarre del naturalismo, in analogia al fenomeno che in Europa si chiama "espressionismo". Salvini sente che la realtà non è più quella che ci è stata affidata pacificamente dall'Ottocento. Nel nostro secolo la realtà è contestata, mentre le idee cambiano. Eppure essa non può essere rifiutata, pena l'alienazione.
Qual'è stato su Salvini l'effetto del "ritorno all'ordine" che caratterizzò il ventennio seguito alla prima guerra mondiale (1920-1940)? Come dal suo eremo di Gemonio il pittore varesino lo seguì, subendolo in sostanza, favorendolo come sentimento, come esperienza, nell'impegno dello sviluppo della propria arte? Dopo l'oggettiva rottura rappresentata dalla guerra e dalla precedente reinvenzione dei linguaggi, dalla quale Salvini era stato pur coinvolto, anche nella solitudine della sua vita, il pittore sentì crescere in se stesso, secondo un sentimento comune a quei tempi, il desiderio di ricomporre il reale, già contestato, frantumato e dissacrato. Pensò probabilmente che anche in lui fosse prevalsa la tentazione di essersi allontanato dal reale quotidiano nel precipizio del colore affogato in una certa convulsione delle forme.
La mostra attuale, imperniata sui decenni seguiti agli anni venti del nostro secolo, ci vuole presentare il recupero dell'assoluta calma formale di Salvini che visse (non è retorica affermarlo), nonostante gli anni del fascismo e della guerra, in uno stato di relativa beatitudine, come fosse in un'isola, in un nirvana che si interrompeva soltanto per le incursioni verso Milano, necessarie per mantenere la conoscenza di ciò che accadeva nel campo delle arti.

A questo punto si pongono i due problemi culturali ai quali certamente Innocente Salvini non è sfuggito il suo impatto con il linguaggio, più che con i contenuti, del Novecento, e più tardi con l'alienante suggestione dell'astrattismo.
Come all'inizio del dipingere Salvini non fu suggestionato dalle emozioni dell'automobile e dell'aereoplano, del tram e della ferrovia, dalle quali partono le correnti estetiche del futurismo e del raggismo, così nel dopoguerra egli non fu ammaliato dalle toghe, dalle tuniche e dai costumi del neoclassicismo di ritorno in seno al novecentismo.
L'impegno primario di Salvini era stato quello di descrivere le forme non tanto per il loro aspetto colorato quanto per i raggi di luce che da esse partono a realizzare immagini nella loro mistione di colori atmosferici. All'inizio degli anni venti Salvini sembra castigarsi di avere indulto a tanta effusione di luce e di colore, come fosse stato un peccato di pura sensibilità. A vederli oggi, in retrospettiva, questi dipinti degli anni venti, questi intrichi di rami nel bosco, rappresentati come inserti di alta decorazione, e soprattutto questi austeri ritratti della vecchia madre, con la scodella della colazione o addirittura nella calma attesa del trapasso già circonfuso della dorata aura dell'eternità, si avverte un codice assai diverso da quello dei precedenti dipinti di Innocente Salvini. Quasi rispondendo al nuovo desiderio di plasticità e di stile che si rispondeva da una parte all'altra dell'Europa, dai nostri Valori plastici al De Stijl olandese, Salvini si impegna in un suo recondito plasticismo dal quale emergono quelle figure in piedi, sullo sfondo del bosco o del paese, prese quasi in ottica fotografica, che giungono fino alla fine degli anni quaranta. E’ come se i precedenti stati emozionali fossero passati alla purificazione dell'intelligenza ordinatrice. Così l'ambiente non è più quello vago dell'emozione creatrice, ma il suo ambiente, il bosco di casa, il paese della collina, la vecchia casa col mulino; e i personaggi non sono più i simboli di un racconto casalingo, proiettato dallo stato d'animo dell'artista creatore. Sono la mamma, il fratello, i nipoti, solenni nella loro storia come gli attori di un antico affresco. Tra l'altro, prima ancora che si facesse tanto parlare di pittura murale, dopo la Triennale di Milano del 1933, Salvini dipingeva già con lo stile di un affrescatore.
C'è ancora da pensare perché, nonostante il revival di Salvini di qualche anno addietro, non sia ancora di comune opinione almeno tra gli addetti ai lavori, il "novecentismo" di Salvini dopo il 1920. Vinta la piccola battaglia che ha portato a riconoscere a questo maestro varesino la sua precoce proposta espressionista, il fine di questa esposizione è di dimostrare il potere di concentrazione spirituale delle forme di Salvini nell'epoca (tra le due guerre) in cui si era esaurita la grande e benefica corrente borghese del postimpressionismo. Un'analisi anche sommaria delle composizioni di figura di Salvini ci dimostra la congruità del suo apporto all'arte plastica del periodo, prima di tutto una volontà di stile che precedentemente non si ravvisava. Nello stesso tempo si fa vivo, in Salvini, un desiderio di costruire l'immagine maturata di un mondo, il piccolo mondo degli affetti familiari intorno al suo mulino, ma anche più in là, oltre i confini di Gemonio, l'ambiente che dalla vecchia Lombardia passa a quello della "gente nuova" postbellica.

 

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Mons. Pasquale Macchi Prefazione al catalogo "Omaggio a Innocente Salvini - Sulla strada del mulino, tra la sua gente" Circolo degli Artisti di Varese, Giugno 1998

Nella lettera a me inviata dopo l'udienza a lui concessa da Paolo VI Innocente Salvini, dopo aver rivolto a me espressioni molto gentili di riconoscenza, scrive: "Non dimenticherò mai la Paterna accoglienza del Papa e le sue esortazioni nella preghiera". Io non ho partecipato a quella udienza anche se ancora ben ricordo il sorriso raggiante di Paolo VI e quello splendido di Salvini al termine dell'udienza. Ma da queste parole sembra di poter intuire che il Papa e Salvini abbiano parlato di preghiera.
E' stato il dipinto dell'Angelus di Salvini, che Paolo VI ben conosceva, a orientare la loro conversazione? In ogni caso è veramente emblematico il fatto che la preghiera sia stata ispiratrice del colloquio del Papa con un artista.
Questa riflessione ci porta a rievocare Innocente Salvini e la sua arte mirando subito a ciò che è preminente in lui e nella sua arte cioè la spiritualità.
Luigi Russolo scriveva nel 1949 "per trent'anni Salvini in assoluta solitudine, verginità e purità artistica e spirituale ha continuato a dipingere".
E poi indugia in modo assai perspicuo a esaminare "come il Salvini, in condizione così umile e in assoluta purezza artistica, lontano da ogni influenza, abbia sviluppato le sue formidabili qualità pittoriche".
Pertanto questa è per me occasione felice e opportuna per testimoniare la mia sincera ammirazione per, la persona e per l'opera di Innocente Salvini che rivela una spiritualità che si percepisce immediatamente.
Era buono, era sereno, era limpido il suo volto, il suo sguardo, il suo animo.
E soprattutto era umile: virtù che gli consentiva di accostare le persone e le cose con il più grande rispetto e quindi con la capacità di farne emergere anche nell'arte la parte migliore.
Chi ha conosciuto Salvini non lo dimenticherà mai, così come non può dimenticare la sua arte che ha raggiunto una rara armonia che eleva l'anima a Dio.

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Autoritratto 1912

 

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