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Biografia
Critica |
CRITICA
SOMMARIO
Luigi Russolo Presentazione critica, Novembre 1944
Alfonso Gatto Presentazione critica, Novembre 1944
Leonardo Borgese "L'Europeo", 14 Novembre1948
Nino Miglierina "La Prealpina", 7 Ottobre 1971
Massimo Carrà "Notizie d'Arte", Novembre 1972
G. Franco Maffina Presentazione critica, 1972
Alberico Sala "Il Giorno" 17 Luglio 1974
Piero Chiara "Corriere della Sera" 26 Febbraio 1979
Mario Agliati Presentazione critica 12 Maggio, 1979
Mario Turuani "Monografia su Salvini", 1979
Brenno Romiti (inedito) Milano, 21 Novembre 1979
Raffaele De Grada, Dall'istinto
al pensiero l'arte di Innocente Salvini, contenuto in Innocente Salvini,
Palazzo della Permanente, Milano 1992
Giovanni Testori Innocente Salvini.
Opere 1907-1917, Presentazione critica 1985
Raffaele De Grada,
L’arte di Salvini dopo il 1920, Il Bollettino informazioni d'arte,
Lugano, estate 1987
Mons. Pasquale Macchi Prefazione al catalogo
"Omaggio a Innocente Salvini - Sulla strada del mulino, tra la sua
gente" Circolo degli Artisti di Varese, Giugno 1998
Luigi
Russolo Presentazione critica, Novembre 1944
Egli ha
visto che l'ombra è sempre una luce diversamente colorata e che quest'ombra
è sempre del colore complementare del colore della parte illuminata:
verde se rossa, azzurra se arancio, violetta se gialla. Questa
constatazione è certo alla base di tutta la sua pittura, ed è stata
portata da lui ad una intensità di risultati potenti ed originali. Si
direbbe che queste luci diversamente colorate che determinano l'ombra le
veda come un arabesco formale a sé, distinto dall'altro arabesco formale
rappresentato dalle parti in luce. Certo egli dipinge l'arabesco formale
delle parti illuminate e questi due arabeschi si circondano, si
intrecciano; si rincorrono nettamente determinati nel quadro, senza mai
confondersi fra di loro, non solo, ma senza che nessuna mezza tinta,
nessun tono di passaggio li sfumi uno nell'altro e attenui il contrasto.
La forma plastica dei corpi dipinti ben lungi dall'essere attenuata
dall'effetto luminoso, come era per gli impressionisti, risulta invece
in Salvini più potentemente determinata, più solidamente costruita, più
intensamente significativa ed efficace. La modellazione delle parti
illuminate è sempre in tutte le pitture generalmente più forte di quelle
della parte in ombra che sono più indeterminate, con meno particolari,
con più fusione. Nel Salvini queste parti hanno invece un'egual forza di
modellazione, la stessa evidenza plastica di quella illuminata. Ne
risulta così una modellazione plastica complessiva più potente, più
piena ed intensamente efficace. Eguale cura che pone a rendere i due
arabeschi formali delle parti in luce e di quelle in ombra in cui egli
dà, per così dire, un doppio controllo per la costruzione totale delle
sue figure che risultano così di un disegno largo, potente e
perfettamente costruito.
Questo procedimento di dipingere sempre per luci diversamente colorate,
e di non vedere il quadro né di dipingerlo con traduzione
chiaroscuristica tonale rendeva difficile, soprattutto dove queste luci
sono più nettamente complementari, l'armonizzazione dei colori. Il
colore complementare rappresenta nella sua stessa essenza il massimo del
contrasto, la negazione dell'armonia. Così in alcuni dei primi quadri di
Innocente Salvini risulta fatalmente, talora, una predominanza di
contrasti sull'armonia, e cioè dove la sua assoluta purezza di onestà
artistica i sovrani diritti del disegno sono come fondamento della
pittura, e pur continuando a lavorare con indefessa tenacità alla
soluzione dei formidabili problemi coloristici, portava egual forza di
lavoro ai problemi della forma e del disegno.
Mirabile è la forza espressiva del suo segno, la caratterizzazione dei
tipi. Non c'era vecchio mendicante, vagabondo che vedesse e che non
facesse posare. La raccolta di tipi che così è riuscito ad avere nei
suoi disegni è straordinariamente ricca e variata.
Sommario
Alfonso Gatto Presentazione critica, Novembre 1944
Salvini è cioè, a suo modo, polemista, un animoso
macchinatore di realtà e di scenari sospetti; il mistero, effettualmente
cercato, è la premessa di questo artista che si nega ogni emozione viva
e concreta per una casuale geometria di riflessi. Nel suo caso quindi
noi non potremo parlare di qualità del colore, né di forza del segno,
sebbene di un suo modo spettacolare del quadro, di un suo magico creare
dal nulla, attraverso raggi d'invisibili riflettori, attraverso schermi,
per una realtà che non ha e non vuole avere alcuna consistenza plastica,
ma solo un'apparenza di proiezione.
Sono effettivamente, quelli di Salvini, dei quadri che si "vedono", e di
questa fenomenale certezza sarà proprio il pubblico ad esser contento. A
questo pubblico la mostra si rivolge, invitandolo alle sue abituali
suggestioni del colore riflesso in cui la forma e i corpi sono soltanto
un'ombra. Salvini è l'illusionista delle vostre illusioni: la sua magica
lanterna in quel rustico stanzone da campagna ove le grosse travi e le
nudi pareti danno l'aria di un'antica officina e ove il verde delle
vegetazioni e della luce filtra già rabbrividente dai vetri (proietta
immagini e immagini di un evangelo a cui nessuno crede più, buono e
falso per quel tanto che vi aiuta a vivere). Pastori e madri, greggi e
ruscelli, porci e pellegrini: nell'amore di un aneddotismo biblico la
vostra buona fede è certa delle sue illusioni. Dovrà quindi essere certa
degli orpelli di questo rustico mago.
Questa volta sola non diremo che il mondo vivo è di là, che la pittura è
di là, che la poesia è di là dove la nostra maledetta disperazione vuol
toccare le cose.
Sommario
Leonardo Borgese "L'Europeo", 14 Novembre1948
Prima di Accetti ne aveva scritto Giovanni Cenzato nel
"Corriere della Sera" del 7 maggio 1944. E vari altri, dopo: Alfonso
Gatto, Luigi Russolo, Achille Campanile, Costantino Baroni, Paolo Buzzi,
Alberto Colantuoni, Casimiro Wronowski, Emilio Zanzi, il maestro Renzo
Bianchi. Tutti questi e altri ancora insistendo, si, sulla magia e la
poesia di Salvini; ma anche sulla sua rusticità e primitività, la sua
mancanza di maestri e, specialmente, sulla sua qualità di mugnaio.
Cosa che a Salvini deve, alla fine, aver dato un poco sui nervi. "Non so
capacitarmi e non trovo appropriato al caso mio il detto:
pittore-mugnaio quando alla mia arte ho tanto sacrificato!". Nato a
Gemonio, sull'imbocco della vallata di Cuvio, da ragazzo è vero che
aiutava il padre nel lavoro del mulino; fattosi adulto riuscì però a
dedicarsi interamente alla pittura; e se oggi continua a vivere vicino
alle macine, questo non significa altro che fedeltà e amore. Grato che
sia ai suoi scopritori e rivelatori, (intelligenti e fortunati insieme),
Salvini dimostra una volta ancora di non essere un primitivo né un
primitivista, poiché vuole essere trattato da pittore e non da fenomeno.
Ha il buon gusto del vero artista.
Come dargli torto? Abbiamo visto ora alla Galleria dell'Annunciata un
certo numero di suoi quadri; e l'idea che ricevemmo dai disegni non
muta. Questo "mugnaio" non è un primitivo; non va catalogato fra i
doganieri veri o falsi, fra i carabinieri, i gelatai, i ciabattini, gli
industriali, i camerieri, i pompieri, le donne di servizio e le bambine
che dipingono, e che, a intervalli quasi regolari, colpiscono la povera
fantasia di alcuni letterati. Ci assicurano che Salvini sia autodidatta;
eppure pochi davanti ai quadri dell'Annunciata potrebbero mai
riconoscerlo. Benché non divisionista, Salvini alla prima sembra un
pittore di quel periodo; certi suoi quadri fanno pensare un poco agli
abbozzi e anzi alle preparazioni di Pellizza; e il suo colore in larghe
zone pure (il suo dominante giallo, il suo rosso, il suo azzurro) evoca
in generale un gusto della divisione e della luce piuttosto che una
sintesi o un ardimento da "fauve". Si direbbe o si dice subito un
pittore esperto. Stanchi come siamo di bambini molto cresciuti, di
selvaggi borghesi, di primitivi per burla, lodiamo dunque l'esempio di
uno che impara da sé a esprimersi bene e che non cerca di interessare
coi perpetui noiosi primitivismi e con le novità da liquidazione.
Sommario
Nino Miglierina "La Prealpina", 7 Ottobre 1971
Salvini non sarà mai l'artista che dipingerà,
interpretandolo, il viaggio degli astronauti; Salvini sarà sempre
l'artista che guarda dentro l'animo dell'uomo, che guarda dentro la
natura, che guarda dentro il silenzio, quasi, e ne trae anche i più
lievi sussurri.
Forse, a qualcuno un pittore così dice poco; è giusto, Salvini dice poco
a chi non tien conto dello spirito; agli altri egli può anche dire
tutto.
Sommario
Massimo Carrà "Notizie d'Arte", Novembre 1972
Innocente
Salvini è un vecchio pittore varesino sempre vissuto appartato nel suo
angolo di provincia, fra i laghi, con qualche sporadica e quasi
inavvertita comparsa nelle gallerie milanesi. Eppure, in questo suo
isolamento ha saputo coltivare i germi di una pittura, se vogliamo poco
educata sulle vicende coetanee della cultura figurativa, ma non
conformista; imprevedibilmente libera anzi nei valori di una
espressività sonora più per deliberata scelta di ritmi che non per
soggezione acritica al tema pittorico.
Sommario
G. Franco Maffina Presentazione critica, 1972
Nel dopoguerra qualcuno si muove, giornali d'importanza
nazionale finalmente si interessano di lui, ma anche questa volta,
purtroppo, nel senso sbagliato. Il gusto della cronici spicciola, del
fatto di costume fa sì che si crei il caso del "pittore mugnaio" senza
che nessuno di questi esperti dell'elzeviro si soffermi con più
attenzione sulla sua produzione e faccia il minimo sforzo per inquadrare
criticamente la sua opera.
Motivi validi sussistevano visivamente eppure tutti preferivano scrivere
il pezzo di colore proprio su quel mondo pittoresco che Salvini aveva
sempre evitato come un insidia latente per una pittura di gradevole
folclore ricco di simpatia casereccia.
Da sempre la storia andò avanti così, ma comunque nella dinamica interna
di una critica d'arte storicamente intesa, l'opera di Salvini troverà
certamente una precisa collocazione a testimonianza inconfutabile di uno
dei periodi più affascinanti dell'arte contemporanea.
Sommario
Alberico Sala "Il Giorno" 17 Luglio 1974
È un patriarca; a 85 anni, vive e lavora in un vecchio
mulino, in provincia di Varese, in pace con il suo autodidattismo, che
non gli ha impedito di sentire i tempi, di sgretolare gli accademismi,
di dominare il suo inquieto colorismo, la tentazione della figura
monumentata. Alcuni suoi quadri sono nei musei vaticani. La critica, da
Borgese a Gatto, s'è accorta di lui. Ma resta ancora da fare una
personale critica di Innocente Salvini, questo artista appartato, di
austera sensibilità lombarda.
Sommario
Piero Chiara "Corriere della Sera" 26 Febbraio 1979
Nel 1966, dopo aver visto chissà quanti quadri suoi in
molte case della provincia, in genere case di notai, d'avvocati o di
piccoli imprenditori, ebbi desiderio di conoscerlo personalmente. Lo
andai a trovare nel famoso mulino. Il cortile era quale l'avevo visto
nei suoi quadri, con tutto quel che deve avere un cortile di campagna:
case basse intorno, stalla, fienile, pollaio, stabbio del porco. Su di
un lato c'era il mulino, cioè uno stanzone ingombro di tramogge, buratti
e trasmissioni varie, con la ruota di ferro all'esterno immersa in una
roggia, ma ormai ferma da tempo.
Il mulino era in verità il deposito delle tele di grande dimensione che
il Salvini aveva dipinto in tanti anni e che teneva gelosamente per sé,
sempre in attesa di quelle grandi mostre nazionali e internazionali che
un giorno o l'altro avrebbero rotto il silenzio su di lui, o meglio
l'equivoco del pittore mugnaio, che macinatore non era mai stato, ma
solo pittore, pieno d'entusiasmo per l'arte e accanito nell'inseguirla,
nell'identificarla e nell'adattarla al suo estro e alle sue visioni, se
non forse nell'adattare estri e visioni sue al modello ideale dell'arte.
Il mulino era fermo, ma il cortile viveva ancora, in virtù di qualche
gallina, di alcune anitre e di un po' di piccioni. Il porco di tanti
suoi quadri non vi grugniva più, né dalla stalla veniva più il muggito
delle bovine o il taglio dell'asino. Un mulino abbandonato, come quello
di Daudet, dal quale oltre a spedir lettere il Salvini mandava fuori dei
quadri, che come i racconti di Daudet erano pieni del sentimento di una
vita semplice, agreste, tra i buoni animali d'una volta.
Narratore popolare in quanto ai contenuti, il Salvini evadeva dal gusto
pittorico comune col suo ostinato cromatismo, difeso strenuamente contro
ogni tentazione e giocato con la luce non senza una consumata esperienza
di abbagliamenti e di aloni o corone luminose, come in un parélio, nelle
quali il colore si dissolve e diventa radiazione o incandescenza di
grande effetto.
Il Salvini, preavvertito della mia visita, si fece trovare seduto sopra
una panchetta, con in testa il suo spropositato cappello, messo un po'
di traverso sopra una chioma candida che non riusciva a coprire, tanto
era straripante di ogni lato della testa. Col capo basso, in
atteggiamento di modestia e anche di timidezza, mi condusse a visitare i
vari locali che si affacciano al cortile: un piccolo museo-studio
accanto alla camera e alla vecchia cucina. Sulle pareti esterne sotto il
portico c'erano i suoi affreschi con scene familiari: i prototipi della
sua pittura e insieme l'insegna della sua onesta bottega.
Faceva vedere tutto con umiltà, come chi, avendo confessato il proprio
misfatto, e per lui era il misfatto dell'arte, non ha più nulla da
nascondere sull'esecuzione e sui luoghi dove si è consumato il reato. Mi
guidò qua e là, con dietro un nipote di scorta, poi tornò a sedere sulla
panchetta. Non per aderire al cliché inventato dal Cenzato nel 1944, ma
come faceva d'abitudine, per non deludere i visitatori, che volevano il
mulino, le macine contro i muri, gli animali e tutto quanto figurava nei
suoi quadri.
Prima di andarmene gli promisi un pezzo, che infatti gli mandai,
dattiloscritto. Mi rispose con una lunga lettera, che penso sia un
documento utile per una sua storia, ma del mio pezzo non si servi mai in
nessuna occasione. Lo tenne fra le sue carte, dove forse è ancora,
ritenendolo un po' riduttivo e non adatto come presentazione d'un suo
catalogo.
Da allora non ebbi più contatti con lui. Quando lo incontravo in qualche
cerimonia ufficiale gli facevo festa, e lui si scappellava, come era suo
costume, inchinandosi e porgendo la mano nel contempo, ma del mio
scritto né d'un mio interesse alla sua pittura non parlò più.
Una volta, a Milano, in piazza Cairoli, lo vidi che scavalcava a grandi
sgambate i binari del tram per traversare la strada. Aveva già passato
gli ottant'anni, ma andava ancora in giro, con dietro l'erede, un
giovane molto a modo che lo accompagnava più per gentilezza che per
necessita.
Spudorati imitatori
Negli ultimi lustri della sua lunga vita ebbe tutto, sempre nell'ambito
provinciale: l'appoggio entusiastico della stampa locale, la monografia,
le mostre a ripetizione e la vendita facile. Ebbe anche i suoi
falsificatori e qualche spudorato imitatore. Non fu dimenticato neppure
dai ladri, che compirono nel mulino furti di quadri di valore
"inestimabile", col lieto fine del recupero. Sembrava soddisfatto degli
onori che la provincia gli rendeva, ma non lo era.
Aveva sperato in un commovimento nazionale, se non addirittura
internazionale, e per arrivarvi non aveva mancato di regalare quadri al
Vaticano, alle chiese dei dintorni e a qualche museo, ma senza smuovere
nulla. Dipinse fino alla tarda età, un po' ripetendosi, davanti al
mercato galoppante degli anni tra il Sessanta e il Settanta, ma sempre
restando fedele ai suoi tre colori e al suo mondo paesano e campestre.
Ci sarà un giudizio d'appello per i pittori come Innocente Salvini? Il
Nuzentin è morto in questa convinzione.
Sommario
Mario Agliati Presentazione critica 12 Maggio, 1979
E poi via via gli altri quadri, degli anni Sessanta e
Settanta: uomini, donne, gente anziana per lo più seduta nel riverbero
del camino, o attorno a una tavola nella compagnia desolata d'una
deserta seggiola, a volte col capo reclinato fra le braccia
acciambellate, o ritta come in attesa, appoggiata al parapetto d'un
balcone: e non un sorriso per entro, quasi un'immobile e pure eloquente
fissità. E quelle mani, poi: ora intrecciate in grembo, ora abbandonate
sulle ginocchia, ora volte a reggere il capo. I colori sono quelli di
sempre: quei verdi, quei rossi, quei gialli a momenti. Ma spira come
un'aura che va più in là di quella del pittore dell'età piena. E la
pennellata si fa rapida, volutamente sommaria: e sfuma a tratti la
figura come in un fantasma. Tristezza? Malinconia? Distacco?
Rassegnazione contenta? Attesa serena? Sera solinga ch'è "augurio di più
sereno dì"? Insomma, vigilia della festa vera? Colloqui della vigilia,
con la morte che ha un viso di dolcezza? Proprio così, saremmo tentati
di concludere, pensando alla fede che sempre ha sorretto il pittore,
sino al suo vespero sereno.
Sommario
Mario Turuani "Monografia su Salvini", 1979
Non si collochi Salvini nel bisogno di ricuperi in questo
o in quel movimento come da qualche parte si auspica. Sarebbero settant'anni
di attività artistica inutili e forse creerebbe qualche disagio ai già
consacrati.
La ragione che Salvini non deve stazionare in nessun movimento è
semplicissima, perché egli ha operato consapevolmente ed in modo da non
appartenervi, ha operato consapevolmente ed in modo per crearsi un trono
dal quale dominare in veste di solitario.
Si voglia o no consacrarlo in questo ordine non ha importanza; tutto
dipende dal costume e dall'onestà critica.
Per intanto si sa che se certe bussole sono controllate da certi piloti,
non deve meravigliate se la navigazione della giustizia si arena su un
banco di sabbia.
Già questa giustizia in arte tardigrada, ora zoppicante, volentieri s'addorme
per via, ma scaduti che siano questi termini, dovrà pur emettere un
responso: presto o tardi. Quello che è certo e ci consola, è una
irreversibile verità: le sue opere da ammirare, tangibile prova atta a
demolire e a distruggere tutte le storture artificiosamente costruite
attorno.
Sommario
Brenno Romiti (inedito) Milano, 21 Novembre 1979
Quando si pensa alla pittura italiana, e, in particolare,
a quella lombarda del nostro secolo, al lettore attento, preparato e
sensibile appare quasi d'obbligo ricordare il maestro Innocente Salvini.
Omaggio ben meritato, perché il volto della regione, del Varesotto,
delle valli che egli ha trasfigurate nelle sue opere, è ormai divenuto
"classico", sia che distesamente dipinga il paesaggio, sia che si limiti
a interpretare il proprio ambiente domestico.
Rifacendosi alle tradizioni, al mondo domestico, umano della sua terra
egli, scoprendo l'aspetto patriarcale, ha saputo magistralmente
interpretarne l'antico valore, lo Spirito di attesa nella visibile luce
di una speranza certa. A tal riguardo, si legga qualcuna delle sue tante
figure umane (la storia della famiglia Salvini si trova tutta scritta
nei dipinti degli antenati, dei familiari), per averne conferma
immediata. La figura della madre, o quella del padre, dei fratelli delle
sorelle dei nipoti escono dal suo pennello come illuminate dal mito del
patriarca di ogni tempo e luogo, ma insieme appaiono stupendamente
reali, inserite talora nella configurazione del villaggio natale, per
sempre illimpidite dalla mano del casto artista.
Nel nostro tempo pochi protagonisti come lui han saputo rappresentare la
dignità dell'uomo, dell'individuo sensibile e ricettivo in mezzo a una
società che spesso appare come anchilosata, avariata nello spirito,
annichilita da abitudini meschine.
Ogni spazio dell'opera si tramuta in un'atmosfera morale e sensibile,
della quale si imbevono il carattere, il comportamento, il sentire,
l'agire, la sorte dell'uomo.
Ad opera del colore-luce-calore, col ricorso a una tecnica distesa,
desideroso d'intendere sin dal più profondo le ragioni e i modi di vita
dell'umana sofferenza, dell'attesa ansiosa, della siesta serena, Salvini
ha continuato a dare sino all'ultima sua opera un interpretazione
affatto personale del suo mondo, stabilendo inoltre nella tela un
rapporto mai fittizio fra le "cose" e gli uomini del nostro tempo, del
passato, raggiungendo la fusione di realtà e poesia pittorica
nell'armonica convivenza della trasfigurazione fra le immagini e
l'indagine problematica di un mondo sempre più vasto. Ne deriva,
pertanto, che sui suoi personaggi, quelli psicologicamente sospesi,
l'ambiente si proietta con tale rarefatta consumazione colorica da
armonizzarli talora in gruppi corali, conforme a un ritmo che suscita un
incantata condizione di attesa, anche per un cromatismo che costituisce
la musica più scoperta della sua arte, in casta sobrietà rinvigorito il
motivo georgico da quello interiore, mentre il silenzio viene trattenuto
da tocchi magistrali: miracolo di una tecnica che assurge allora a
purissima arte.
Tra una sollecitazione e un'altra, mentre Salvini prepara i ritratti del
proprio ambiente domestico inventando una luce del tutto originale, si
forma una parentesi di tutte le facoltà, in cui inavvertitamente è ora
un vago sorriso, ora, un'allegria accennata o una mestizia che
costituiscono i toni di alcune delle più tipiche composizioni, toni dai
quali si è svolto uno dei dipinti più significativi: "Gruppo di
famiglia". Nel quale pallida è la luce che sembra trattenere il
silenzio, e i pensieri paiono sprigionarsi con esitazione estrema. Come
per il capolavoro "Il pranzo di famiglia", ove si ha l'impressione di
una nostalgia che si rinfranca sulla memoria degli anni trasfigurati,
sul senso di una stagione che nell'aria tiepida si illumina di colori
leggermente vellutati. Altri affreschi, che lievemente accendono le
pareti esterne della casa avita, nascosta da dossi boscosi, confortata
dal musicale sussurro di un rio, evocano un'atmosfera forse dimenticata.
Escono allora dal suo pennello figure, oggetti, momenti nei quali sembra
assorbita la ragione stessa di ogni pennellata, di ogni centimetro di
spazio, di ogni grammo di colore, per vibrazioni coloriche di un palpito
misterioso, allargate in motivi etici, altri segni della libertà e
dell'eleganza della sua arte, che par dipendere dal gioco del vero con
l'immagine. Lo spazio sovrastante si curva spesso docile, agile sulla
speranza umana per una luce che è anche umana, ove più intensi sono
creati i rapporti di poesia pittorica fra cielo e terra per un nuovo
ritmo arcano, che le qualità tonali istituiscono o sollecitano: sereno
dominio che nella nitidezza della perfezione tecnica l'arte di Salvini
sa esercitare sulle varie forme dell'umano.
L'arte risulta quindi quanto mai liberata in una superiore regione
stilistica: Salvini si è proposto di trasfigurare tutta la propria ricca
esperienza, in ogni suo aspetto, dando di sé, artista, dell'uomo, della
natura, della propria gente, un volto compiuto com'è compiuta la vita.
L'immagine che dagli affreschi ("vegliati" dalla sola sua scultura), ma
ancora dalla grafica, si ricava è quella di una lunga vita umana che si
è dispiegata in tutta la sua ricchezza, che ha partecipato di ogni
movimento della vita naturale, del duro lavoro dei contemporanei. Dietro
la quale c'è stato sempre l'artista senza aggettivi, che ha ricorso a
ogni strumento tecnico, a un impasto segreto, per creare un suo vero che
ci rivela tanto del suo itinerario e dell'approdo ultimo, che emana da
sublimazioni i cui valori continuano ad essere, ininterrotti, quelli di
un'eccezionale esperienza umana, artistica : esperienza che si svolge da
un iniziale "verismo", pervenendo poi al periodo "rosa" , infine, alla
"solarità".
Se tante volte ci ha commossi la sua semplice sincera eloquenza, quando
si faceva timido eroe della voce dell'arte oppressa, cerchiamo ora con
più impegno il nostro "esile" vegliardo, il quale, mentre continua a
contemplare Ie "cose" - mobile lo sguardo trasparente d'azzurro,
protetto da folte sopracciglie, da candida canizie - con il limpido
occhio di sempre, ci aiuta dall'alto a scoprire le virtù imprevedibili,
che non appartengono al solo suo mondo.
Se egli ha sentito la solitudine forse come "riparatrice", mai,
peraltro, si è tagliato fuori dal mondo: Salvini ha scoperto e dipinto
che tutto risponde a chi con umiltà ispirata domanda, indaga, anche la
natura...
Avverso a una società caratterizzata dal caotico e affannoso divenire
del consumismo, egli ci è apparso, il capo difeso dal suo immutato
"sombrero", come la montagna che ripida sta sul Lago Maggiore, contro il
tempo grigio.
Se agli artisti si deve poi chiedere di conservare piena, senza
discontinuità di soluzione, la propria dignità e insieme quella
dell'arte, sì da tenerne vivo lo spirito, è da dirsi che il Nostro, nato
povero con l'arte nel sangue, vissuto in umiltà francescana, ha assolto
questo compito in maniera egregia.
Con Innocente Salvini siamo dunque di fronte a un artista che è
nell'eterno, perché eterna è la sua arte migliore, alla quale da sempre
e con ritmo incalzante si è consegnato affidandosi altresì a ordinate
pieghe dell'anima, sul piano di una vita certa e chiara, lontano dalle
povere ambizioni umane, da sempre e per sempre assorbito da una fede in
Dio, intesa a sublimare il valore della vita con toni e tocchi che si
accendono in luci e colori i quali creano una durata incorruttibile.
Con l'arte di Salvini siamo in continuità, in sintonia con le onde del
Cielo.
Sommario
Raffaele De Grada,
Dall'istinto al pensiero l'arte di Innocente Salvini, contenuto in
Innocente Salvini, Palazzo della Permanente, Milano 1992
Ho conosciuto l'arte di Innocente Salvini (nato a Cocquio
Trevisago nel 1889) nel corso degli anni Cinquanta, quando il pittore
era più che maturo. Godeva fama di un artista intimista, provinciale,
snobbato tuttavia da quelli che esaltavano nello stesso tempo Morandi,
il sovrano delle intime dolcezze. Salvini dipoi ha vissuto parecchi
anni, fino al 1979, nella sua casa mulino di Cocquio, quasi senza
mutamento ma sempre con un gran piacere di vivere e di dipingere, fino
agli ultimi giorni. Ho ricordato altra volta come due giorni prima di
morire Salvini abbia detto alla nipote che lo vegliava «Peccato, è bello
vivere e dipingere. Ma tocca a me ormai; così è la vita».
Da allora, dagli anni cinquanta, la fama di Salvini è cresciuta, il
piccolo Van Gogh locale, narrato più da letterati amici che da critici
professionali, è cresciuta tanto da meritare una mostra come questa che
intende collocare l'artista nella sua giusta posizione storica. Intanto,
perché Van Gogh, come hanno detto e scritto? Si pensava specialmente al
colore appassionato di Salvini che vedeva figure gialle e rosse in
controluce di azzurri, che esaltava le fiamme di un focolare riempiendo
lo spazio naturale con l'ardore della sua intimità familiare.
Ma già si comprendeva che la visione di Salvini non si limitava al
piatto naturalismo, si dilatava in un contenuto che dal godimento di una
scena abituale trascendeva nel pensiero di ciò che allieta e finisce. Si
è detto che nei girasoli di Van Gogh c'è la contraddizione tra la
pienezza della vita e il disagio incombente della morte. Salvini
caricava i colori per godere tutta la luce prima del buio che egli
sentiva certo come incombente.
Il colore di Salvini non viveva in sé e per sé. La sua immagine partiva
dal disegno che egli coltiva fin da ragazzo in una di quelle scuole
serali delle società operaie che sono state fonti preziose di educazione
figurativa nei primi anni del Novecento (un grande disegnatore, Lorenzo
Viani, fece i primi passi in una di queste scuole). Bisogna intendere
che cosa significasse il disegno nei primi del Novecento, voleva dire
conoscere fisicamente la realtà delle cose, come si apprende a leggere e
a scrivere dall'identità della parola. La parola non è semplicemente
suono ma un significato, come il disegno non è un ghiribizzo astratto ma
il segno espressivo di una cosa.
Fin da ragazzo Salvini accompagnava le prove del disegno con gli
esercizi musicali al pianoforte; la musica fu per lui e per sempre uno
sfogo dell'anima, quasi una liberazione psichica. Forse il primo
suggerimento musicale era stata la ruota del mulino paterno col suo
perenne sciacquio che gli confortava i pensieri, così il fiume di
Eraclito che perennemente scorre come il divenire dell'umanità. Salvini
ebbe sempre una particolare sensibilità per i suoni occasionali ma
continui della natura come quando annota in una lettera ai genitori, da
Grumello dove era militare, il conforto «di un festoso scampanìo... un
bellissimo concerto di campane».
Il colore era la musica, la fantasia, il disegno era la forma,
l'interrogativo sull'uomo e sulle cose. Un interrogativo che diventa
conoscenza ma che si sofferma sulla soglia del giudizio; le figure di
Salvini (in genere di familiari) non sono descritte nella loro
condizione sociale, alla luce del sole esse aspettano. Sembra che esse
contemplino il cielo, assorte in una loro elementare meditazione. Sono
ferme, non possono inciampare ritornando a contatto con gli uomini; se
volessimo fare un po' di retorica, diremmo che queste figure del
cristiano Salvini siano curiose di scoprire oltre il sole, oltre gli
spazi, la divinità. Ciò suggerisce una precisazione, a proposito della
critica che considerando la vera e propria riforma del tonalismo
ottocentesco operata da Salvini, lo inserisce nel grande quadro
dell'espressionismo. Le opere degli espressionisti rimandano a un
contenuto letterario, storico o semplicemente psicologico. I loro quadri
mirano al fondo del costume moderno, sono gravidi della satira morale
della nostra società di guerre e rivoluzioni, particolarmente i
tedeschi. I colori di Salvini, "espressionisti", si elevano ad un
inconscio musicale che si esaurisce in se stesso quasi astraendosi dal
soggetto che mantiene tuttavia un carattere individuale quasi
autobiografico. L'arte di Salvini non è infatti quella di un
intellettuale, egli non ha mai varcato la soglia di un'accademia e non
ha mai preso una posizione pro o contro ciò che si chiama tradizione. Si
è ricercata tuttavia una fonte culturale del supposto espressionismo di
Salvini nell'incontro che egli ebbe con Siro Penagini che giungeva
proprio allora dalla Germania dove aveva frequentato le Accademie di
Monaco e di Berlino e quegli ambienti artistici. Siro Penagini era un
artista europeo e Innocente Salvini un pittore lombardo. Non voglio
diminuire con questo la statura di Salvini, voglio dire soltanto che
Salvini viveva in un'altra area. Si pensi, per intendere, agli artisti
latino americani, come Orozco o Siqueiros e ai gruppi di Parigi. Salvini
era distante le mille miglia dai problemi mitteleuropei di cui Penagini
era un buon pellegrino e, a differenza di Penagini, che ripeteva
l'esperienza di quelli che vanno alla Mecca, non se li era proprio
andati a cercare quei problemi. Altro che "problemi" europei! Salvini si
sentiva contento e soddisfatto quando gli ordinavano qualche pittura
sacra nella zona e, quando si accingeva a dipingere una "crocifissione"
non pensava certo a Rouault. Era informato, eccome, e non sentiva
affatto la marginalità della propria esperienza. Ma quando, nella
ricercata frequenza delle mostre, vedeva i paesaggi degli "altri",
pensava giustamente che l'esperienza degli "altri", era un'altra cosa. I
cantieri dilaganti, i palazzi invernali, i viali cittadini non
rientravano nel suo repertorio, era qualcosa di estraneo al suo
paesaggio, l'innocente visione, suadente, disarmata della sua Gemonio
d'inverno dei cieli stellati che danno il senso dell'infinito alle case
capanne della sua terra.
Se è possibile ravvisare una dialettica, o almeno un confronto, tra
l'esperienza di Salvini e quella dell'arte della prima metà del secolo,
per esempio col primitivismo del primo Novecento, poi, dopo la seconda
guerra, gli itinerari si dipartono, irrevocabilmente. Quanto dovette
soffrire Salvini via via che vide cancellarsi l'immagine della pittura!
Come poteva Salvini intendere la protesta americana dell'action painting
quando per lui la tecnologia era stata la ruota del mulino, il pascolo
degli animali e poi, al massimo, l'automobile che lo portava ogni tanto
a Milano (ma ci andava quasi sempre col vecchio treno della Nord)?
L'esaltazione cromatica di Salvini si mantiene sempre nella razionalità
della forma figurata, non cede mai alla provocazione concettuale. Ma
Salvini non è un naif isolato, impermeabile alle idee del tempo.
Sappiamo delle sue relazioni con artisti ben rappresentativi della
cultura contemporanea. Abbiam detto di Penagini. E Luigi Russolo, con
cui ebbe corrispondenza e un rapporto di amicizia? Russolo, uno dei
firmatari del primo manifesto futurista, quando capì che il futurismo si
industrializzava e svendeva la ricerca estetica al potere consumistico,
si ritirò in una ricerca indipendente (come Balla) che è tutta da
riscoprire.
Salvini aveva consumato queste esperienze già negli anni verdi, pur
nell'autonomia della propria ricerca. Si è già detto come i quadri del
primo periodo costituiscano un'esperienza eccezionale, che non ha
riscontri nel nostro paese. Descriverne le caratteristiche non è facile
perché l'opera di Salvini è in certo modo estranea alle direzioni
tradizionali o di avanguardia del primo ventennio del secolo. Dopo il
1925 l'esuberante tavolozza di Salvini e il suo disegno che afferra in
modo globale le forme si attenuano verso una luminosità più diffusa e un
disegno più scritto.
E' evidente l'influenza del Novecento sulla cui esperienza Salvini
meditava, dal suo eremo di Gemonio. Sempre più frequentemente il pittore
dipinge il paesaggio in sé, separandolo dalle figure. Anche nel
dipingere le figure Salvini pensa sempre più al "ritratto". Ma non sono
ritratti in posa, alla maniera ottocentesca, busti, mezzi busti, tre
quarti di persona. Sono ritratti, per così dire, "in azione". Salvini
vuol raccontare tutto del suo piccolo mondo, mettendoci sempre qualcosa,
nel colore, nella piccola inavvertibile deformazione che fa pensare ad
una possibile evasione in un mondo diverso, confortato dalla fantasia.
Siamo lontani dalla ritrattistica dell'Ottocento e chi pensa che la fede
di Salvini nella figuratività sia un residuo ottocentesco, si sbaglia. E
pertanto, anche se stilisticamente egli raccoglie qualcosa del
novecentismo moderando l'esagerazione cromatica e meglio organizzando il
disegno delle figure e delle case, dalle sue opere degli anni trenta e
quaranta sprigiona sempre una ribellione al conformismo decorativo
nell'accresciuta, sempre meno scapigliata, nobiltà dell'immagine.
Se vogliamo azzardare qualche confronto, dovremmo accostare queste
figure di Salvini nella loro lirica anatomia con l'ossessiva profondità
di quelle del Boccioni prefuturista. Quando invece le raggruppa, per
esempio intorno al focolare, Salvini le iscrive in uno spazio che, a ben
guardare, è quello di un solido geometrico, lontano dal formalismo di
origine cubista, quasi una nicchia, un rifugio contro i marosi del
tempo. Salvini ha l'istinto dell'eterno universale, come in certe
composizioni di Casorati. Ma rispetto a quelle composizioni
novecentesche c'è in Salvini una differenza di contenuti. Emana dalle
sue tele una sincerità affettuosa, una spontanea simpatia verso i suoi
personaggi dai quali Salvini non sente il distacco dell'arte, la
superiore presenza del creatore. Si avverte un vincolo profondo, che non
è soltanto quello dei rapporti familiari. Tra il pittore e il soggetto
si stabilisce un rapporto affettuoso ma anche inquieto che è visibile
persino nei fogliami che circondano le figure e che poi si perde spesso
nei fondi conclusi in un'inconoscibile vaghezza che non voglio definire
con l'abusato termine di metafisica, piuttosto di incerta ricerca
dell'anima.
Salvini ha vissuto sempre lontano dai miti classicisti del Novecento che
non corrispondevano del resto alla sua vita reale, alla sua campagna,
alla sua casa, ai rapporti del quotidiano familiare.
D'altra parte (è una tesi su cui insisto) perché non vedere la storia
dell'arte secondo due, tre e più filoni di espressione che si verificano
in tutti i tempi? L'eccitazione moderna, colorata, di fronte alle cose
non ha rapporti con lo stilismo novecentista ed è una componente
parallela del periodo tra le due guerre. Invece un artista
anticonformista come lui non fu riconosciuto nella componente di
opposizione e si inventò per lui, come un premio, la comoda favola del
pittore mugnaio, il naif che viveva fuori del mondo.
Presentare, come qui si fa, una mostra antologica retrospettiva di
Innocente Salvini è una questione di responsabilità. In questi locali
della Permanente di Milano c'è già stata una mostra del Salvini e il
primo presidente della Permanente del dopoguerra, quello che ha atteso
alla ricostruzione del Palazzo, l'avv. Carlo E. Accetti, è stato uno dei
primi estimatori del Salvini e uno dei primi ad essere convinti che
Salvini era uno dei migliori rappresentanti dell'arte lombarda.
Si tratta di confermarlo e di fornire tutti gli elementi capaci di far
capire perché questo angolo di Lombardia situato sulla riva orientale
del Lago Maggiore, vicino a Montegrino dove nacque il Piccio, padre
della pittura lombarda, sia stato esplorato in tutti i suoi segreti da
questo artista che è tra i non molti eredi di quell'arte lombarda che
giunge a Emilio Gola, Arturo Tosi, Ugo Bernasconi e a Innocente Salvini.
Salvini è pittore fino al midollo delle ossa, sugge il colore come
un'ape e lo restituisce come il miele. Se crediamo ancora che il colore
e la luce, il disegno e la forma siano l'attributo sostanziale e
insostituibile della pittura, si potrà allora discutere a qual livello
di filosofia, di conoscenza del mondo Innocente Salvini sia giunto. E'
certo che egli non potrà essere giudicato nell'ambito della comoda
sequenza storico artistica che dal cubismo in poi cerca di spiegare
l'arte moderna come storia degli stili. Questa mostra servirà a
stabilire che Salvini non fu un naif di genio, che ebbe una formazione
culturale colta e sensibile alle scelte moderne, che progressivamente
bruciò le tappe della tradizione postimpressionista non ignorando i
fatti del mondo e delle arti ma giungendo alla fine della sua lunga vita
come quei monaci del Medioevo che facevano «rider le carte» delle
miniature isolati nei loro conventi ma poi erano quelli cui si
riferivano gli artisti del tempo.
In altri termini, ci sono i pittori che hanno seguito le mode, quelli
che le hanno create e quelli ancora, come Salvini, che ne hanno tenuto
conto senza deflettere dal loro proposito di conoscere il reale e
illustrarlo poeticamente, con grande amore e con grande gioia. Nella mia
prima monografia su Salvini ricordavo una frase dell'Amleto
shakespiriano che così ben si adatta alla personalità dell'artista «Vi
sono più cose in cielo e in terra, Orazio, di quante se ne sognano nella
vostra filosofia».
Salvini ha dedicato la vita per scoprirne sia pur piccola parte.
Sommario
Giovanni Testori
Innocente Salvini. Opere 1907-1917, Presentazione critica (esposizione
Museo Salvini)1985
Questa sorprendente raccolta d'opere inedite di Salvini,
tutte da iscriversi tra il 1913 e il 1917, mostra ancora una volta la
modernità, su d'un piano totalmente europeo, del grande pittore
varesino. Le date, e i connessi risultati, son lì a indicarci la forza
d'una individualità a quei tempi totalmente rivoluzionaria e che ha
preso subito ad agire in senso oppositivo a quelli che erano i canoni in
uso nella pittura lombarda del tempo; per collocarsi così in stretto
parallelo di libertà inventiva coi primi atti dell'espressionismo.
Ancorché, in Salvini debba parlarsi d'un espressionismo non deformante,
d'un espressionismo per dir così, dolce, è pur sempre alla liberazione
delle fiamme cromatiche, alla liberazione del colore come luogo deputato
e come termine primo e finale della pittura, che egli ricorse. Ma, come?
- vien subito da chiedersi. Forse la storia della pittura lombarda
com'era all'avvio del secondo decennio non è stata ancor penetrata come
la sua complessità meriterebbe. Così, avendo fin qui previlegiato
l'esito più clamoroso del futurismo, s'è finito col perder il senso di
quanto dal divisionismo, di diverso, era sceso; o s'era aperto. Salvini,
lo scontroso, silente e umanissimo Salvini si colloca proprio in quell'apertura
che il divisionismo, qui, in Lombardia, ebbe a produrre verso una forma
che collocasse in primo piano gli ardori e le fiamme del croma. Nella
separazione, o nella segmentazione, del tono s'era, per l'appunto,
spalancata la vitalità che proprio lui, il croma, possedeva; e la
connessa ansia e il connesso bisogno di recuperare per sé ogni altra
condizione, ovvero ogni altra ragione espressiva.
Certo la tenera forza di questi dipinti, dai piccoli, memorabili
"abbozzi", alle vaste composizioni, nelle quali cominciano a sfilare
quelli che saranno i personaggi fatali degli anni immediatamente
seguenti, quanto dire le figure della famiglia e del paese, se risulta
abbastanza facile da legare a quella seconda apertura venuta dal
divisionismo, sembra pressoché inesplicabile nella sua innovativa
totalizzazione dell'evento cromatico. Tutto, in queste opere, è preso da
una vampa di colori che si mettono in subita opposizione l'uno
dell'altro e che, tuttavia, proprio da tale opposizione ricevono la loro
sontuosa ed umile bellezza; nonché il loro valore e la loro incondita e,
dobbiamo pur dirlo, ancora inulta armonia. Un espressionismo, dunque,
armonico, quello di Salvini? È probabile. Ma bisognerà levare
dall'aggettivo che designa un così arrischiato e lucente equilibrio ogni
valore diminutivo; per trattenere solo quell'indimenticabile capacità di
agire, in perpetuo, tra sentimento e fantasmatiche fiamme. L'armonico
dell'espressionismo salviniano è, dunque, un risultato che tocca la sua
pienezza e la sua pace mettendosi di continuo in uno stato che vorremo
definir dialettico, e che tale stato oppositivo e rivoluzionario, pur
nei gloriosi e oggi ben visibili capolavori d'umana serenità che
produsse, la critica fatichi tanto a riconoscerlo, chiamando Salvini
(come grandemente meriterebbe) a rappresentare l'istanza ,
espressionistica più forte che la Lombardia abbia avuto, e talmente
prima di quella rappresentata da Corrente, va tutto a disonore
dell'inerzia in cui tale critica ama restar adagiata; quasi avesse paura
di rileggere la storia. Affare, questo, che dovrebbe pur rappresentare
una delle sue più precise funzioni. O vorremo per sempre ritenere che
tutto in lei, la storia, sia già stato decifrato e capito? A negarlo, è
questa serie d'inediti; uno per uno stupendi e degni, assai più d'altre
opere d'altri artisti, di sopportare il paragone con quanto di più
attivo, in quegli stessi anni, s'andava facendo in Europa. Benché amasse
vivere chiuso nella sua provincia, è proprio il paragone diretto con
l’Europa ciò che il cammino di Salvini reclama. Sarebbe davvero un duro
scorno per la cultura italiana se tale paragone, a farlo, fosse la
critica d'altri paesi; come, da più segni, siamo indotti a ritenere.
«Nemo propheta in patria».. È ben vero. Ma la verità di tale
affermazione, dopo tanti anni, non fa che rendere più umilianti l'ombre
d'indifferenza che l'azione critica getta intorno a sé. Se un augurio,
davanti a questa bellissima e incondita rassegna con cui "Il mulino" di
Gemonio riapre la sua attività, possiamo stendere, questo va nella
direzione d'un risveglio; cui induce la stessa primavera. Affinché le
bende dei previlegi stabiliti e degli snobismi, cadano finalmente dagli
occhi che così tanto amano sentirsi malamente fasciati. La porta è ben
lì, aperta; e per non so quale volta. La luce che viene da queste ruvide
pareti è tale da indurci a qualche reale speranza. Certo l'ingiustizia
da risarcire è grande. E grande dovrebbe, quindi essere, la forza e
l'entusiasmo con cui il risarcimento dovrà farsi atto di comprensione e
d'accoglimento.
Sommario
Raffaele De Grada,
L’arte di Salvini dopo il 1920, Il Bollettino informazioni d'arte,
Lugano, estate 1987
Più volte Giovanni Testori e io stesso abbiamo delineato
la eccezionale posizione del pittore varesino Innocente Salvini nel
corso della prima metà del nostro secolo, una posizione che nell'ambito
della figurazione ha svolto una sua particolare funzione di avanguardia,
senza clamori, con intensa riflessione sulla storia e le tendenze, in
senso profondamente diverso da quello segnato dai manifesti e dalle
dichiarazioni di correnti, gruppi, manifestazioni affermate e gridate.
Fin dal suo apparire l'arte di Salvini si presenta con grande probità e
innocenza pur nascendo nel corso della vena naturalistica lombarda
Salvini non si concede semplicisticamente alla realtà apparente, con un
chiaro senso del volume ideale con cui le cose appaiono sullo schermo
della coscienza. Fin dai primi anni si avverte la sua volontà di
procedere oltre le sbarre del naturalismo, in analogia al fenomeno che
in Europa si chiama "espressionismo". Salvini sente che la realtà non è
più quella che ci è stata affidata pacificamente dall'Ottocento. Nel
nostro secolo la realtà è contestata, mentre le idee cambiano. Eppure
essa non può essere rifiutata, pena l'alienazione.
Qual'è stato su Salvini l'effetto del "ritorno all'ordine" che
caratterizzò il ventennio seguito alla prima guerra mondiale
(1920-1940)? Come dal suo eremo di Gemonio il pittore varesino lo seguì,
subendolo in sostanza, favorendolo come sentimento, come esperienza,
nell'impegno dello sviluppo della propria arte? Dopo l'oggettiva rottura
rappresentata dalla guerra e dalla precedente reinvenzione dei
linguaggi, dalla quale Salvini era stato pur coinvolto, anche nella
solitudine della sua vita, il pittore sentì crescere in se stesso,
secondo un sentimento comune a quei tempi, il desiderio di ricomporre il
reale, già contestato, frantumato e dissacrato. Pensò probabilmente che
anche in lui fosse prevalsa la tentazione di essersi allontanato dal
reale quotidiano nel precipizio del colore affogato in una certa
convulsione delle forme.
La mostra attuale, imperniata sui decenni seguiti agli anni venti del
nostro secolo, ci vuole presentare il recupero dell'assoluta calma
formale di Salvini che visse (non è retorica affermarlo), nonostante gli
anni del fascismo e della guerra, in uno stato di relativa beatitudine,
come fosse in un'isola, in un nirvana che si interrompeva soltanto per
le incursioni verso Milano, necessarie per mantenere la conoscenza di
ciò che accadeva nel campo delle arti.
A questo punto si pongono i due problemi culturali ai quali certamente
Innocente Salvini non è sfuggito il suo impatto con il linguaggio, più
che con i contenuti, del Novecento, e più tardi con l'alienante
suggestione dell'astrattismo.
Come all'inizio del dipingere Salvini non fu suggestionato dalle
emozioni dell'automobile e dell'aereoplano, del tram e della ferrovia,
dalle quali partono le correnti estetiche del futurismo e del raggismo,
così nel dopoguerra egli non fu ammaliato dalle toghe, dalle tuniche e
dai costumi del neoclassicismo di ritorno in seno al novecentismo.
L'impegno primario di Salvini era stato quello di descrivere le forme
non tanto per il loro aspetto colorato quanto per i raggi di luce che da
esse partono a realizzare immagini nella loro mistione di colori
atmosferici. All'inizio degli anni venti Salvini sembra castigarsi di
avere indulto a tanta effusione di luce e di colore, come fosse stato un
peccato di pura sensibilità. A vederli oggi, in retrospettiva, questi
dipinti degli anni venti, questi intrichi di rami nel bosco,
rappresentati come inserti di alta decorazione, e soprattutto questi
austeri ritratti della vecchia madre, con la scodella della colazione o
addirittura nella calma attesa del trapasso già circonfuso della dorata
aura dell'eternità, si avverte un codice assai diverso da quello dei
precedenti dipinti di Innocente Salvini. Quasi rispondendo al nuovo
desiderio di plasticità e di stile che si rispondeva da una parte
all'altra dell'Europa, dai nostri Valori plastici al De Stijl olandese,
Salvini si impegna in un suo recondito plasticismo dal quale emergono
quelle figure in piedi, sullo sfondo del bosco o del paese, prese quasi
in ottica fotografica, che giungono fino alla fine degli anni quaranta.
E’ come se i precedenti stati emozionali fossero passati alla
purificazione dell'intelligenza ordinatrice. Così l'ambiente non è più
quello vago dell'emozione creatrice, ma il suo ambiente, il bosco di
casa, il paese della collina, la vecchia casa col mulino; e i personaggi
non sono più i simboli di un racconto casalingo, proiettato dallo stato
d'animo dell'artista creatore. Sono la mamma, il fratello, i nipoti,
solenni nella loro storia come gli attori di un antico affresco. Tra
l'altro, prima ancora che si facesse tanto parlare di pittura murale,
dopo la Triennale di Milano del 1933, Salvini dipingeva già con lo stile
di un affrescatore.
C'è ancora da pensare perché, nonostante il revival di Salvini di
qualche anno addietro, non sia ancora di comune opinione almeno tra gli
addetti ai lavori, il "novecentismo" di Salvini dopo il 1920. Vinta la
piccola battaglia che ha portato a riconoscere a questo maestro varesino
la sua precoce proposta espressionista, il fine di questa esposizione è
di dimostrare il potere di concentrazione spirituale delle forme di
Salvini nell'epoca (tra le due guerre) in cui si era esaurita la grande
e benefica corrente borghese del postimpressionismo. Un'analisi anche
sommaria delle composizioni di figura di Salvini ci dimostra la
congruità del suo apporto all'arte plastica del periodo, prima di tutto
una volontà di stile che precedentemente non si ravvisava. Nello stesso
tempo si fa vivo, in Salvini, un desiderio di costruire l'immagine
maturata di un mondo, il piccolo mondo degli affetti familiari intorno
al suo mulino, ma anche più in là, oltre i confini di Gemonio,
l'ambiente che dalla vecchia Lombardia passa a quello della "gente
nuova" postbellica.
Sommario
Mons. Pasquale Macchi Prefazione al catalogo
"Omaggio a Innocente Salvini - Sulla strada del mulino, tra la sua
gente" Circolo degli Artisti di Varese, Giugno 1998
Nella lettera a me inviata dopo l'udienza a lui concessa
da Paolo VI Innocente Salvini, dopo aver rivolto a me espressioni molto
gentili di riconoscenza, scrive: "Non dimenticherò mai la Paterna
accoglienza del Papa e le sue esortazioni nella preghiera". Io non ho
partecipato a quella udienza anche se ancora ben ricordo il sorriso
raggiante di Paolo VI e quello splendido di Salvini al termine
dell'udienza. Ma da queste parole sembra di poter intuire che il Papa e
Salvini abbiano parlato di preghiera.
E' stato il dipinto dell'Angelus di Salvini, che Paolo VI ben conosceva,
a orientare la loro conversazione? In ogni caso è veramente emblematico
il fatto che la preghiera sia stata ispiratrice del colloquio del Papa
con un artista.
Questa riflessione ci porta a rievocare Innocente Salvini e la sua arte
mirando subito a ciò che è preminente in lui e nella sua arte cioè la
spiritualità.
Luigi Russolo scriveva nel 1949 "per trent'anni Salvini in assoluta
solitudine, verginità e purità artistica e spirituale ha continuato a
dipingere".
E poi indugia in modo assai perspicuo a esaminare "come il Salvini, in
condizione così umile e in assoluta purezza artistica, lontano da ogni
influenza, abbia sviluppato le sue formidabili qualità pittoriche".
Pertanto questa è per me occasione felice e opportuna per testimoniare
la mia sincera ammirazione per, la persona e per l'opera di Innocente
Salvini che rivela una spiritualità che si percepisce immediatamente.
Era buono, era sereno, era limpido il suo volto, il suo sguardo, il suo
animo.
E soprattutto era umile: virtù che gli consentiva di accostare le
persone e le cose con il più grande rispetto e quindi con la capacità di
farne emergere anche nell'arte la parte migliore.
Chi ha conosciuto Salvini non lo dimenticherà mai, così come non può
dimenticare la sua arte che ha raggiunto una rara armonia che eleva
l'anima a Dio.
Sommario
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Autoritratto 1912

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